Un lavoro in crisi, non solo in Italia. Ma quella dell’autista è una figura chiave e centrale per il trasporto corse e persone, che rimarrà protagonista anche in un futuro – chissà – dominato dalla guida autonoma. Il nostro focus sulle cause della carenza di conducenti, proponendo gli ingredienti di una ricetta vincente per il rilancio di questo mestiere.

AAA autisti cercansi…disperatamente! Non è una novità, purtroppo, l’ormai cronica carenza di conducenti, specialmente nel trasporto persone (non che il comparto merci sia esente), in Italia, in Europa e un po’ in tutto il mondo. I perché di questo fenomeno sono diversi e disparati: difficoltà di accesso alla professione – alto è infatti il costo economico da sostenere per ottenere la patente D e la Carta di qualificazione del conducente –, stipendi bassi, turni di lavoro e perdita di appeal verso una professione che fino a qualche tempo fa era considerata di tutto rispetto e che oggi, invece, appare mestiere di ripiego, di ‘serie b’. Un’immagine sbagliata che non rende giustizia alla nobiltà e all’importanza di questo lavoro e di una figura che ha grandi responsabilità. 

Nella seconda tappa del Mobility Innovation Tour 2022 andata in scena il 23 marzo nella nuova forma di video-inchiesta, abbiamo cercato di mettere sotto la lente d’ingrandimento questo fenomeno, come peraltro già fatto a più riprese sulla nostra rivista e il nostro sito negli ultimi mesi, indagandone le cause e provando a tracciare la rotta per rilanciare la figura e il lavoro dell’autista. Come? Dando voce ai protagonisti: operatori, formatori e conducenti. Per l’occasione, gli attori del Mit coinvolti sono stati Umberto De Pretto, Segretario Generale Iru; Alessio Sitran, Business Development and Institutional Relations Manager di Continental Vdo; Gianni Bechelli, Presidente di Autolinee Toscane; Gabriele Mariani, Direttore operations Autoguidovie; Alessandro Razze, Senior training advisor e Gianluca Celentano, Conducente d’autobus (e giornalista collaboratore di questa rivista). Ecco allora gli spunti più interessanti emersi dai loro interventi.

Una questione (anche) d’età…

Da mesi, per non dire anni, si parla della possibilità di abbassare da 21 a 18 l’età minima per gli autisti professionisti. Una proposta di cui l’organizzazione mondiale Iru si è fatta promotrice, nella convinzione che per far fronte alla penuria di conducenti sia necessario anche ampliare la platea dei potenziali uomini e donne al comando. 

Infatti, dati Iru alla mano, solo il 5 per cento dei conducenti di autobus e coach ha 25 anni o meno. Insomma, eliminando le barriere di accesso per i giovani – e qui il riferimento è ai costi spesso insostenibili per ottenere la licenza di guida e la Cqc – e abbassando l’età minima di guida a 18 anni, il settore può colmare il divario tra scuola e volante e ringiovanire la professione. Secondo i calcoli dell’organizzazione, qualora questa azione venisse messa in pratica, entro il 2030 raddoppierebbe il numero di conducenti sotto i 25 anni di età. Anche grazie alle numerose iniziative di academy organizzate dalle aziende: la prima a lanciare una scuola per giovani (e non) è stata Autoguidovie, seguita a ruota da Autolinee Toscane e molti altri operatori.

…e anche di genere

Ma è anche una questione di genere. Le donne al volante sono ancora troppo poche. Non è questione di dover inserire per forza di cose le ‘quote rosa’ anche in questo mondo, ma è altresì questione di allargare la platea di potenziali lavoratori in questa professione, garantendo un’adeguata rappresentazione anche al gentil sesso. Alt: non che la professione sia a loro vietata o ci sia un veto particolare, ma è indubbio che occorra compiere un salto in avanti anche dal punto di vista culturale, creando condizioni di lavoro – dalla formazione in azienda alla sicurezza sul posto di lavoro – che rendano più appetibile la professione anche al pubblico femminile.

L’importanza della formazione

Uomini e donne che siano, in questo fenomeno gioca un ruolo determinante la formazione. La formazione è tema davvero centrale, perché il lavoro dell’autista è cambiato moltissimo e continua a mutare e ultimamente si sta accusando una mancanza di qualifiche: il conducente non è più solo ed esclusivamente la persona che guida il mezzo, ma un esperto di tutta quella tecnologia che oggi permea il prodotto, destinato a divenire sempre più complesso. Formazione e competenze, dunque: è prioritario ridefinire le skill dell’autista sul medio e lungo periodo. E formazione intesa anche come informazione, ovvero andando nelle scuole a raccontare di cosa si parla effettivamente quando si discute di fare il conducente. Perché quando lo si fa studenti e studentesse rimangono colpiti, cancellando con un colpo di spugna tanti preconcetti che li hanno portati a farsi un’idea sbagliata di questo mestiere. Un’idea che, anche per cause di ‘maleducazione’ troppo radicate nella società, porta a bullizzare ad aggredire chi sta facendo il proprio lavoro (basta dare un occhio alle statistiche sulle aggressioni agli autisti: sostanzialmente, un bollettino di guerra…).

Tutti per uno, uno per tutti?

E ancora, un aspetto di estrema importanza, sottolineatoci da chi fa il formatore e da chi ogni giorno guida un bus è il progressivo scollamento che si è venuto a creare negli ultimi anni tra la parte direttiva e il personale. Ci spieghiamo: secondo alcune analisi nelle aziende di trasporto nell’ultimo ventennio è successo che i ruoli esecutivi passassero sempre più nelle mani di persone che non avessero una conoscenza diretta, dalle basi, del mondo del trasporto persone. E questa spaccatura avrebbe avuto conseguenze negative nelle relazioni con la parte di organico più operativa, gli autisti appunto.

di Fabio Franchini,
dal numero di Autobus di aprile 2023

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