Quale potenziale ha oggi un giovane che sceglie di diventare autista di autobus? E, scavando più in profondità, quello delle new entry che arrivano nel trasporto persone da ambiti completamente diversi? Li ho osservati a lungo. Anche perché le Academy sono ormai diventate una porta d’ingresso al settore. L’idea che mi sono fatto è chiara: hanno un potenziale dirompente da non sottovalutare.

Dal piazzale conosco alcune risposte, ma non tutte rendono giustizia alle accademie. In certi casi vengono giudicate per esperienze non riuscite, in altri si contesta l’inserimento immediato dei nuovi autisti, spesso dettato dalla necessità e da un’autonomia ancora da consolidare.

Il freno è nella mentalità o nel lavoro?

Se conosci il nostro settore, al di là dei tanti racconti che ho proposto nel tempo sulla vita degli autisti, saprai che molti convergono su una tesi apparentemente logica, ma che non rende giustizia alla categoria: alla fine, certe dinamiche, per quanto scomode, vanno bene a tutti, anche se criticate, e cambiare sarebbe più rischioso. Oppure: inutile parlarne, perché questo è ciò che la categoria si merita. Sono ritornelli che, da nord a sud, si ripetono sempre uguali. La verità è che chi ragiona così è spesso un autista molto navigato, cresciuto nella vecchia scuola, dove fatica e dovere compensavano lo stipendio o la sicurezza di restare nelle grazie di un titolare. In fondo, è una logica che attraversa tutto il comparto e, per certi versi, il mondo del lavoro: quando uno sta bene, sono gli altri a doversi adeguare, senza preamboli. Al centro, quindi, c’è una questione di mentalità.

Generazione Z, job hopping e rete: nasce la “Rimessa Italia”?

La mia opinione è che questo mestiere, più di altri, ti cattura dall’interno. Dall’alto del posto guida osservi il mondo con altri occhi che difficilmente chi non ha mai guidato un mezzo pesante può capire. È un lavoro che ti porta a ragionare in modo diverso, per logica, spingendoti – anzi, obbligandoti – ogni giorno a essere, quantomeno, d’esempio anche per chi ignora le regole della strada. Tutto questo, però, si muove dentro schemi spesso obsoleti, anche nella comunicazione, dove l’autista deve ancora essere quello che risponde sempre “tutto bene”, una figura da “yes man”, lontana dal sentire reale del comparto, quello che tutti conoscono ma che si è smesso di raccontare davvero.

Le nuove leve osservano con occhi diversi, propongono, mettono in discussione. Lo fanno anche con inesperienza, a volte sfiorando la presunzione. Ma sono destinate a crescere, a diventare una massa critica capace di cambiare davvero le cose.

L’alternativa? Limitarsi al proprio turno, prendere lo stipendio e lasciare fuori dal deposito ogni energia, disinteressandosi della dimensione collettiva. Una scelta più comoda, ma anche più povera. E qui sta il punto, se da un lato portano freschezza e visione, e una mentalità non assuefatta, dall’altro mostrano a volte un eccesso di sicurezza e poca inclinazione alla gavetta, che rischia di diventare un ricordo. Perché, se l’esperienza resta fondamentale, una mente libera da preconcetti può ridisegnare il mestiere.

I giovani della Generazione Z e i Millennial arrivano da altri percorsi, osservano, mettono in discussione e vogliono migliorare. Ma questa energia – che qualcuno chiama presunzione – va accompagnata. Serve selezione e una formazione solida, capace di mettere su strada autisti consapevoli, non solo sicuri di sé e con idee. Oggi il contesto appare diverso: entrano senza condizionamenti, dentro l’onda del job hopping. Non conoscono le dinamiche interne, ma conoscono i propri diritti o sanno informarsi – anche a costo di sembrare scomodi – e, soprattutto, fanno rete. Una rete che potrebbe diventare ciò che io chiamo: Rimessa Italia. Non anticipo altro, sto cercando queste persone, le loro idee, progetti e realtà per raccontarveli. Forse, chissà, proprio da lì inizierà a prendere forma il futuro di questo mestiere?

di Gianluca Celentano

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