Questi sono stati anni straordinari, nel vero senso del termine, per il mondo del tpl italiano: grazie ai miliardi messi a disposizione dal Pnrr, le flotte sono state in buona parte ammodernate. Il che è un bene. Sulle nostre strade, dunque, sempre più autobus elettrici, ma – ahinoi! – sempre meno autisti. E dal posto guida, parlando con diversi colleghi, più di qualcuno continua a porsi una domanda semplice: se sta migliorando la qualità del parco mezzi, sta migliorando allo stesso modo anche la vita lavorativa di chi questi mezzi li guida ogni giorno? 

Il paradosso osservato dal parabrezza

Nel trasporto pubblico, come detto, più di qualcosa è cambiato: autobus elettrici, nuovi depositi, digitalizzazione, investimenti e progetti di ammodernamento. Le risorse del Pnrr hanno previsto miliardi per il rinnovo delle flotte e delle infrastrutture della mobilità sostenibile. Ma dal sedile del conducente la percezione spesso, è diversa. Molti autisti vedono arrivare mezzi nuovi continuando però a convivere con criticità che il settore si porta dietro da anni e con una società che cambia rapidamente abitudini e richieste di mobilità, sempre più estese anche ai festivi e agli orari meno tradizionali. Restano aperti temi come i turni impegnativi, carenza di personale, episodi di aggressione, difficoltà nel conciliare lavoro e vita privata e una retribuzione che fatica a tenere il passo con il costo della vita e con responsabilità sempre maggiori. 

E la domanda, forse, non è scomoda: i finanziamenti stanno modernizzando i mezzi o stanno modernizzando anche la professione?

Dove finiscono i soldi?

Va chiarito un aspetto importante. I fondi Pnrr destinati al Tpl risultano indirizzati principalmente a rinnovo flotte, infrastrutture, depositi e transizione ecologica, non a incrementi salariali diretti.  Parallelamente le associazioni del settore Agens, Anav e Asstra hanno chiesto misure strutturali per sostenere il comparto, parlando di carenze nel Fondo Nazionale Trasporti e di necessità di nuove risorse dopo il Pnrrr. 

Evasione, controlli e malcontento

Esiste poi un tema che molti autisti conoscono bene, quello dei controlli non sempre percepiti come capillari e delle perdite economiche legate all’evasione tariffaria. Non si tratta di attribuire responsabilità o individuare soluzioni semplicistiche, perché dinamiche e numeri possono cambiare sensibilmente da città a città, l’abbiamo ripetuto spesso. Resta però una domanda che dal posto guida ritorna spesso: come mai in molte realtà estere si sale mostrando il titolo di viaggio, mentre altrove si punta maggiormente su controlli successivi?

Le scelte possono essere diverse e avere motivazioni organizzative precise, ma tra molti conducenti resta una sensazione diffusa, quella di trovarsi spesso in prima linea, a contatto con problemi, tensioni e malumori quotidiani, senza avere sempre strumenti o competenze per intervenire in modo realmente efficace. A questo si aggiunge un altro tema delicato, cioè la lentezza percepita di alcune dinamiche sindacali. Non è un giudizio sull’intero mondo sindacale, ma un malcontento che tra i lavoratori emerge spesso nei depositi, nelle chat e nelle società di Gran Turismo.

Quando i tempi delle trattative sembrano molto lunghi, il rischio è che aumentino incertezza, sfiducia e demotivazione. Il settore autobus è probabilmente uno dei primi a risentire dei cambiamenti della società. Cambiano le città, i ritmi di vita, la sicurezza percepita, il costo della vita e persino il modo in cui le persone vivono i rapporti umani e il lavoro stesso. Forse oggi non serve soltanto chiedersi quanti autobus nuovi arriveranno, ma soprattutto quanti conducenti vorranno ancora esserci quando quei mezzi usciranno dal deposito. 

di Gianluca Celentano

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