di Gianluca Celentano

Il nuovo decreto sugli autovelox ha messo tra omologazione e taratura, e introduce anche una sorta di “patente di uniformità” per gli autovelox, con l’obiettivo di rendere più omogenei i controlli e ridurre le contestazioni legate al loro impiego.

Da domenica 12 luglio 2026 sono entrate in vigore le nuove regole nazionali sugli autovelox. Il decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti dopo 34 anni di attesa, porta alla luce le procedure di omologazione, le verifiche di funzionalità e la taratura degli apparecchi utilizzati per accertare le violazioni dei limiti di velocità.  Questo, però, non significa che le multe siano diventate incontestabili: il diritto al ricorso, però, resta.

Ma la sicurezza stradale non può essere affidata soltanto al controllo della velocità.

Cosa (non) cambia per un autista

Attento lo eri prima, attento lo devi essere anche oggi. Questa è la sostanza. Il punto, però, è un altro, che non viene menzionato. La velocità è senza dubbio un fattore di rischio, ma il rischio non dipende soltanto dal numero indicato dal tachimetro: conta dove, come, da chi e di quanto viene superato il limite. È una verità scomoda, ma necessaria. 

Per molti conducenti professionali la contestazione non riguarda velocità elevate, bensì quei 5 o 10 km/h oltre il limite che, su una strada ampia e apparentemente sicura, possono sfuggire all’attenzione. Questo non significa che le regole non debbano essere rispettate. Significa, però, che per un autista professionista, il quale percorre migliaia di chilometri ogni mese, anche pochi chilometri orari oltre il limite possono trasformarsi in un prezzo altissimo da pagare. Perché la sanzione non si esaurisce con una multa, ma può mettere seriamente a rischio la patente e, con essa, il posto di lavoro, soprattutto in caso di recidiva entro due anni. 

I comportamenti a rischio (velocità a parte)

I comportamenti davvero a rischio sono altri, spesso resi ancora più pericolosi dalla velocità. Eppure a finire nel mirino è quasi sempre la mera velocità, rilevata su lunghi tratti rettilinei. È qui che nascono rabbia, incomprensioni e una crescente sfiducia verso l’amministrazione pubblica. Con la stessa solerzia impiegata per misurare i chilometri orari, si potrebbero contrastare anche quei comportamenti ormai quasi sdoganati che, ogni giorno, rischiano di trasformarsi in tragedie: chi accelera in rotatoria, taglia la strada per imboccare un’uscita all’ultimo istante, inchioda senza motivo o cambia corsia senza controllare gli specchi, spesso ad alta velocità. Sono scene quotidiane che, probabilmente, ogni autista potrebbe raccontare riempiendo pagine e pagine del proprio diario di viaggio.

Il decreto cerca dunque di superare il contenzioso (amministrativo) nato dalla distinzione tra apparecchi semplicemente approvati e dispositivi effettivamente omologati. Ma esistono condotte pericolose che un normale autovelox non è in grado di fotografare. Per questo l’autovelox non può diventare l’unica risposta alla sicurezza stradale. 

Le nuove regole potranno rendere gli autovelox più affidabili, ma la sicurezza non si omologa con un decreto: si costruisce con la cultura della sicurezza, quella che un autovelox, semplicemente, non vede. 

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