Sicurezza stradale, non basta rallentare: bisogna ripensare la città
di Gianluca Celentano A Milano, presso la sede di PoliS-Lombardia, si è tenuto un incontro organizzato in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia dedicato alla sicurezza stradale e alla progettazione di una mobilità più sicura nelle città. Strade (in)sicure: un dato allarmante A moderare l’incontro il giornalista Paolo Redaelli, che ha introdotto un dato […]
di Gianluca Celentano
A Milano, presso la sede di PoliS-Lombardia, si è tenuto un incontro organizzato in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti della Lombardia dedicato alla sicurezza stradale e alla progettazione di una mobilità più sicura nelle città.
Strade (in)sicure: un dato allarmante
A moderare l’incontro il giornalista Paolo Redaelli, che ha introdotto un dato che fa molto riflettere: sulle strade italiane muore una persona circa ogni tre ore e il costo sociale dell’incidentalità supera i 22 miliardi di euro l’anno. A livello mondiale l’OMS stima circa 1,19 milioni di vittime ogni anno, ovvero, quasi la popolazione di una grande città come Milano cancellata dalle strade ogni dodici mesi.
Serve qualità urbana: la mobilità si può comprimere, l’accessibilità no
Il primo intervento, quello del professor Gian Paolo Corda, già docente di Urbanistica al Politecnico di Milano, ha subito spostato il punto di osservazione. «Non basta dire: andiamo tutti a 30 all’ora e abbiamo risolto il problema della moderazione del traffico». Per Corda, infatti, non basta parlare di moderazione: l’obiettivo più ampio deve essere la qualità urbana, dalla quale discendono anche maggiore sicurezza e tutela degli utenti più vulnerabili.
Serve quindi un insieme coordinato di interventi, non una singola soluzione. Interessante poi la distinzione tra mobilità e accessibilità. La prima può essere contenuta e indirizzata verso il trasporto pubblico, anche attraverso adeguati nodi di interscambio. L’accessibilità, invece, secondo Corda «non è comprimibile»: poter raggiungere con ragionevole facilità la propria abitazione o il posto di lavoro appartiene alla qualità della vita urbana.
È qui che il tema diventa particolarmente attuale per Milano. Togliere spazio alle automobili, creare aree pedonali o piste ciclabili può rispondere a obiettivi di qualità urbana, ma, secondo il professore, ogni intervento deve inserirsi in un progetto strutturato e complessivo. Infatti, senza offrire alternative si rischia di spostare il problema anziché risolverlo.
Servono quindi, ha sottolineato, equilibrio e interdisciplinarità. Anche perché è cambiato il traffico. Il classico pendolarismo degli anni Settanta, concentrato nelle due grandi punte del mattino e della sera, non descrive più completamente le metropoli contemporanee. La terziarizzazione – spiega il Prof. Corda – ha distribuito gli spostamenti lungo gran parte della giornata: le punte si sono attenuate ma, nello stesso tempo, il traffico si è dilatato nelle ore che un tempo consideravamo “morbide”.
Chi vive la strada deve entrare nella progettazione
Il commissario capo della Polizia Locale di Milano Pietro Garbagnati ha portato invece l’esperienza di chi la strada la osserva e la gestisce quotidianamente. Il concetto centrale del suo intervento è stato quello dell’interdisciplinarità. Quindi, nella progettazione urbana, non bastano urbanisti e ingegneri, ma può essere preziosa anche l’esperienza operativa della Polizia locale, maturata direttamente sul territorio.
Un concetto che richiama quanto abbiamo raccontato anche in altri nostri servizi, dove un tempo, il vigile di quartiere rappresentava un punto di contatto diretto con cittadini e commercianti e poteva riportarne esigenze e criticità. Oggi, invece, alcune scelte sulla viabilità possono apparire più distanti da quel confronto quotidiano. Proprio per questo il richiamo di Garbagnati all’interdisciplinarità assume un significato concreto, come quello di progettare una strada, che significa anche ascoltare chi quella strada la vive, la controlla e ne conosce ogni giorno i problemi.
Capire il rischio prima che diventi incidente
Con l’ingegner Davide Tartaro, esperto di sicurezza stradale, l’attenzione si è spostata sulle tecnologie e soprattutto sull’analisi delle cause. Davanti a un punto nel quale gli incidenti si ripetono non basta contare i sinistri: occorre domandarsi perché avvengono proprio lì. Geometria della strada, segnaletica, visibilità, velocità e comportamento degli utenti sono fattori che vanno letti insieme.
Dietro i numeri, però, restano le persone e, a margine dell’incontro, Tartaro usa una parola che vale più di molte statistiche: «sbalordimento». Quello di chi comprende, come ci racconta, magari troppo tardi, che sulla strada una distrazione o un’infrazione possono avere conseguenze enormemente più grandi del gesto che le ha provocate. E ai giornalisti lascia un invito: raccontare anche le criticità e le situazioni di pericolo, perché portarle all’attenzione pubblica può contribuire a migliorare la sicurezza prima che accada qualcosa.
La sfida sarà convivere con la guida autonoma
A chiudere la mattinata il professor Carlo Rottenbacher, docente dell’Università di Pavia, con uno sguardo alla guida autonoma. Un tema sul quale si confronta da anni e che nei suoi seminari viene affrontato non soltanto negli aspetti tecnologici, ma anche sotto il profilo delle responsabilità, delle assicurazioni e dell’adeguamento delle regole. La tecnologia, in buona parte, c’è già.
La vera incognita sarà la transizione, quando sulle stesse strade dovranno convivere veicoli autonomi e automobili ancora guidate dall’uomo. Macchine prevedibili che dovranno, in qualche modo, imparare a convivere con l’elemento meno prevedibile di tutti: noi stessi. Ed è forse questo l’obiettivo più interessante emerso dalla giornata: la sicurezza stradale non nasce da una sola regola, da un limite di velocità o da una tecnologia, ma dalla capacità di pensare insieme strada, veicolo, urbanistica e comportamento umano.
