di Gianluca Celentano

Quanto potrà ancora aumentare il prezzo del carburante? E se questa corsa non si fermasse? Avremo abbastanza autobus in strada per garantire il trasporto pubblico? E anche abbastanza autisti?

E ancora: quanto potranno reggere le società del trasporto e noleggio su gomma, dove il gasolio rappresenta una voce importante dei costi, se i prezzi continueranno a salire? La puntata di PresaDiretta “Governati dal fossile”, trasmessa da Rai 3 il 13 settembre, ha riportato al centro una questione che riguarda direttamente anche il nostro settore. L’Italia rimane fortemente dipendente dall’energia proveniente dall’estero e, sul gas, ha soprattutto sostituito i vecchi fornitori con altri più cari. Per il petrolio il problema è ancora più evidente. Guerre, crisi internazionali e problemi lungo le rotte di approvvigionamento possono trasformarsi rapidamente in rincari.

Ecco, quello che non “rincara”, o meglio non aumenta sono gli stipendi dei conducenti.

Quando l’autista portava a casa un buono stipendio

In 34 anni di mestiere sono stato testimone anche di un importante cambiamento salariale. Ricordo quando, nel noleggio come nel Tpl, un milione e ottocentomila lire, talvolta due milioni, erano cifre che un autista poteva portare a casa. Con l’euro e negli anni successivi il quadro è cambiato. Nel Tpl al CCNL nazionale si sono affiancate le contrattazioni aziendali, che nelle realtà più solide possono integrare maggiormente la retribuzione.

Il Tpl tra Fondo Nazionale Trasporti e crisi energetica

Oggi, però, il problema è diventato doppio. Mancano gli autisti e aumentano le incertezze sulle risorse del trasporto pubblico. Agens, Anav e Asstra, le principali associazioni datoriali di categoria, denunciando per il Fondo nazionale Trasporti una carenza di oltre 800 milioni di euro l’anno rispetto a un adeguato aggiornamento delle risorse e manifesta preoccupazione per le modifiche al sistema di finanziamento legate al federalismo fiscale.

Intanto le aziende devono affrontare anche l’instabilità energetica. Il Centro Studi Confindustria ha stimato per la manifattura italiana 7 miliardi di euro di maggiori costi energetici nel 2026 rispetto al 2025, fino a 21 miliardi nello scenario più grave e prolungato. Insomma, mentre il trasporto pubblico avrebbe bisogno di più conducenti, investimenti e certezze, rischia di trovarsi stretto tra carenza di personale, risorse insufficienti e caro energia.

E allora la domanda è inevitabile: se il costo dei carburanti dovesse rendere sempre più difficile utilizzare l’auto privata, il nostro sistema di mobilità collettiva sarebbe davvero in grado di offrire una risposta forte?

L’emergenza vera è e sarà fare uscire gli autobus dal deposito

Ed è qui il paradosso. Stiamo vivendo contemporaneamente una carenza di conducenti e una nuova instabilità energetica che potrebbe rendere la mobilità collettiva ancora più importante. Biciclette e monopattini possono aiutare, ma difficilmente sostituire autobus e trasporto pubblico. Insomma, rischiamo una replica, naturalmente diversa, della crisi energetica degli anni Settanta?

Il settore della mobilità deve tornare a investire anche su chi guida, migliorandone concretamente le condizioni economiche. Perché se l’auto privata diventerà sempre più costosa, qualcuno dovrà offrire un’alternativa. Nelle emergenze, infatti, non bastano gli autobus: servono l’energia per muoverli e autisti disposti a guidarli.

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