di Gianluca Celentano

Dalle aggressioni al “processo sui social”, lo faremo, come promesso, con l’avvocato Marco Valerio Verni, con cui parleremo – nel video che trovate qui sotto – di sicurezza, tema attualissimo, ma anche di responsabilità non sempre chiare e tutela di chi lavora al volante.

Ma prima occorre fare un doveroso quanto semplice passaggio. La violenza non ha nazionalità. Probabilmente le cause sono da ricercare in diversi fattori, anche sociali e culturali o, se preferite, in un “rispetto” – in generale – ai minimi storici. I fatti di cronaca si susseguono e, come capita spesso nel contesto pre-elettorale, il tema della sicurezza diventa un argomento trasversale che può portare consenso. Questo è un passaggio di onestà intellettuale e d’informazione che non vuole, chiaramente, giustificare i fatti.

Autisti e controllori finiscono troppo spesso nel mirino di chi contesta o non rispetta le regole di viaggio. A Firenze un conducente è finito in ospedale dopo essere stato colpito al volto, mentre a Udine una conducente è stata accerchiata e picchiata. Episodi – come diversi altri denunciati e non – che riportano al centro la richiesta di posti guida realmente protetti, con soluzioni che limitino l’esposizione del conducente e collegamenti efficaci in caso di emergenza.

Sul fronte delle protezioni, il DM 108/2024 ha fissato specifiche disposizioni e scadenze progressive e, sul social, gli autisti chiedono l’oscuramento del posto guida. Ma sulle nostre strade circolano ancora molti autobus privi di una cabina realmente protetta. Le domande potrebbero essere due. Chi progetta queste protezioni ha mai guidato un autobus? E ancora, può una semplice spinta al conducente, se non realmente isolato nel posto guida, provocare la perdita di controllo del mezzo? In queste condizioni, arrivare a provocare feriti o persino morti non è uno scenario inverosimile. 

È un rischio che merita di essere affrontato prima che sia la cronaca a ricordarcelo.

L’autista deve guidare. Ma chi gestisce il conflitto?

È da questa realtà che parte la conversazione con Marco Valerio Verni, avvocato penalista, esperto anche di diritto penale militare e internazionale. Il punto non è trasformare il conducente in un agente di sicurezza, ma capire dove finiscono i suoi compiti e dove cominciano quelli dell’azienda e delle istituzioni. Questo non significa sottrarre il conducente alle proprie responsabilità quando sbaglia, ma evitare che gli vengano attribuite anche quelle che non gli competono.

Verni richiama, tra gli strumenti di prevenzione, la formazione nella gestione delle situazioni di stress e nelle tecniche di de-escalation, ovvero cercare, quando possibile e senza esporsi, di impedire che una discussione si trasformi in qualcosa di più grave. E chiama in causa anche le aziende, sia sul terreno della sicurezza sul lavoro sia su quello della preparazione del personale. Una preparazione che, ancora una volta, tocca il nodo delle risorse. Perché se nuovi autobus e infrastrutture possono essere finanziati con fondi pubblici, PNRR compreso, formare chi quei mezzi li deve guidare ha comunque un costo. E qui il gatto si morde la coda. Storiche stime ASSTRA hanno quantificato l’evasione tariffaria nell’ordine di 400 milioni di euro l’anno, ma contrastarla diventa sempre più difficile se controllare significa esporsi al rischio di un’aggressione.

Bastano venti secondi e sui social parte il processo

C’è infine una seconda forma di esposizione: quando qualcuno riprende l’autista e lo pubblica sui social. Qui il giudizio – o meglio, il processo nell’arena dei social, spesso alimentato da chi non conosce la professione – può partire prima ancora che sia ricostruito ciò che è realmente accaduto.

Poi c’è un altro aspetto correlato, quello dell’autista lasciato solo nella gestione dei sinistri, spesso circondato da persone estranee alle dinamiche professionali. Accordi solidi con le istituzioni e la presenza di personale aziendale adeguatamente formato possono contribuire a ridurre stress, ansia e paura in momenti particolarmente delicati. Una consuetudine di un tempo che, con gli anni, si è progressivamente persa.

La differenza con il settore del noleggio sta soprattutto nel contesto. In quel tipo di servizio i diretti interessati sono generalmente i trasportati, magari innervositi anche da un sinistro lieve. Nel Tpl, invece, l’autista finisce spesso per rappresentare agli occhi dei presenti “il sistema”, diventando così più esposto a contestazioni, tensioni e reazioni ostili. Tuttavia, sulle pubblicazioni social, l’avvocato Verni invita a distinguere la possibilità di documentare un fatto dalla successiva diffusione delle immagini, ricordando l’importanza del contesto. Venti secondi di video, isolati da ciò che accade prima e dopo, possono infatti restituire una storia completamente diversa dell’accaduto, arrivando a ledere l’immagine o la reputazione di autista e azienda. In presenza di contenuti potenzialmente lesivi, ci spiega, è importante conservare le prove, compresi commenti, interazioni e relativi autori, e valutare poi se procedere con una querela.

Se gli autisti non si trovano, forse il problema non è l’autista

È anche vero che il buon senso aiuta, soprattutto nelle situazioni più critiche. Ma sotto stress è fisiologico che non tutti riescano a reagire allo stesso modo. E se i giovani non vogliono più fare questo mestiere, dispiace, ma forse qualche domanda sulle ragioni bisogna porsela. Poi non stupiamoci di come il settore cerca di organizzarsi per trovare conducenti. Facciamo anche un passaggio oltreconfine, dove, almeno in alcune realtà, il mezzo pubblico sembra godere di una considerazione diversa. Chissà come mai. Una cosa, però, appare evidente. Con gli attuali contratti, gli accordi sull’organizzazione del lavoro e le condizioni della mobilità, senza interventi normativi e risorse adeguate, la situazione difficilmente potrà migliorare. Il rischio, semmai, è che peggiori ancora…

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