«Uè, marescià… ti ricordi di me?» Quando la naia ti metteva al volante. E qualche volta ti regalava anche un mestiere
di Gianluca Celentano Se appartieni alla Generazione Y o a quella dei Millennials, forse farai un po’ più fatica a entrare nello spirito di questo articolo. Per tutti gli altri, invece, la lettura potrebbe addirittura risvegliare qualche ricordo, e forse anche un po’ di nostalgia. Racconteremo del servizio militare, della leva, ma anche di autobus, […]
di Gianluca Celentano
Se appartieni alla Generazione Y o a quella dei Millennials, forse farai un po’ più fatica a entrare nello spirito di questo articolo. Per tutti gli altri, invece, la lettura potrebbe addirittura risvegliare qualche ricordo, e forse anche un po’ di nostalgia. Racconteremo del servizio militare, della leva, ma anche di autobus, patenti militari, dei giovani e dei loro marescialli. Tutto inizia dal finestrino di un bus del Tpl di Bitonto. I protagonisti sono un autista e un maresciallo dell’Esercito. Anzi, per essere precisi, un luogotenente, cioè tre binari rossi sormontati da una stelletta. Bene, se siete già entrati nella modalità “ricordi della naia”, allora… buona lettura!
La storia di Pasquale Rapio
Pasquale Rapio, luogotenente dell’Esercito oggi in congedo, dopo una lunga vita in uniforme ha concluso il servizio ed è tornato nella sua terra d’origine, la Puglia. Ma stare fermo, evidentemente, non fa per lui. Si è occupato di energie alternative, fotovoltaico ed ecologia, tutti argomenti apparentemente lontani dalle stellette, a dimostrazione che certe sensibilità sono molto più trasversali di quanto si possa immaginare.
Anzi, il Luogotenente ci tiene a sottolineare il titolo posseduto di “esperto e certificato della comunità energetica”. Rapio appare subito affabile e simpatico, con una parlantina veloce che non nasconde affatto la cadenza pugliese. Dietro quella verve quasi da cabaret, c’è un passato militare decisamente intenso e operativo. Da giovane sergente maggiore delle trasmissioni, partecipò infatti a Italcon, il contingente italiano della missione Libano 2 del 1982-1984, comandato dal generale Franco Angioni. Un’esperienza operativa che avrebbe segnato la stagione moderna delle missioni italiane all’estero. La sua storia in Libano l’avevo già raccontata su Difesa Online, testata con cui collaboro e, questa volta, niente Beirut, ma un autobus e una patente.
«Uè, marescià… ti ricordi di me?»
È lo stesso Rapio a raccontare sui social un incontro tanto semplice quanto, per lui, impagabile. «Oggi ero sul marciapiede quando ho visto un conducente di autobus di linea fermarsi di colpo». Siamo a Bitonto, in provincia di Bari. Dal finestrino arriva una voce: «Uèè, marescià… ti ricordi di me? Mi hai fatto prendere la patente a Milano!». Per Rapio è un tuffo al cuore. Uno di quei riconoscimenti che arrivano senza medaglie, encomi o cerimonie, magari decenni dopo, e che proprio per questo acquistano un valore particolare. L’ex commilitone, oggi conducente del Tpl, rimane qualche secondo affacciato al finestrino per salutare il suo maresciallo. Poi la realtà del mestiere prende inevitabilmente il sopravvento, e dietro al bus c’è il traffico e l’autobus deve ripartire prima che qualche automobilista cominci a strombazzare a colpi di clacson..
Quando sotto la divisa poteva nascondersi un futuro autista
Ad AUTOBUS Rapio spiega infatti che quel conducente non rappresenta un caso isolato. «A quanti ragazzi, giovani e meno giovani, ho dato la possibilità di inserirsi nel mondo civile al termine della leva...». Il punto infatti, è proprio questo. Quando era addetto all’assegnazione degli incarichi, Rapio si trovava davanti ragazzi diversissimi tra loro; alcuni arrivavano in caserma con un mestiere già imparato, altri con esperienze professionali; altri ancora, invece, non avevano una particolare specializzazione da spendere una volta tornati civili. Ed era soprattutto a questi ultimi che il maresciallo cercava di pensare.
«Quando si presentavano ragazzi senza un mestiere né precedenti esperienze professionali, affidavo loro l’incarico di conducente di automezzi, il 18/A. Solo raramente li destinavo al 79/A, quello degli incarichi vari. Anche perchè quella specializzazione rischiava di diventare l’anticamera del lavaggio dei vassoi in cucina. E lo dico, naturalmente, con tutto il rispetto per chi provvedeva a lavare i vassoi sui quali pranzavamo». Insomma, una scelta che poteva sembrare puramente militare e organizzativa, ma che in realtà poteva cambiare il futuro di un ragazzo al termine del servizio di leva.
Una patente nella tasca del congedante
Rapio ricorda anche le discussioni sostenute perché quei giovani arrivassero davvero a conseguire le patenti militari. «Quante battaglie ho combattuto affinché quei ragazzi, apparentemente “senza arte né parte”, conseguissero le patenti che, una volta convertite in ambito civile, avrebbero dato loro la possibilità di trovare lavoro». Così l’Esercito poteva diventare, indirettamente, anche una scuola professionale dove imparare a guidare un autocarro, un autobus o un mezzo pesante sotto i cazziatoni di un maresciallo con il “potenziamento chilometrico” eccetera. Significava, quindi, acquisire una competenza che, terminata la naja, poteva essere spesa nelle aziende di trasporto, nell’autotrasporto o nel settore privato.
La leva che insegnava un mestiere
Sulla leva obbligatoria si può discutere all’infinito, c’’è chi la ricorda con nostalgia e chi non vorrebbe riviverne nemmeno un giorno. C’era disciplina, c’erano tempi morti, una vita a gomito a gomito, assurdità burocratiche e incarichi non sempre memorabili. Ma c’era anche, in alcuni casi, la possibilità di uscire dalla caserma sapendo fare qualcosa che prima non si sapeva fare. Rapio continua su uno degli aspetti più importanti della propria carriera: «Penso di aver svolto una funzione sociale importante all’interno del sistema militare: non soltanto assegnare un incarico, ma offrire a tanti ragazzi uno strumento concreto per costruirsi un futuro». Parole importanti, che quell’autobus fermatosi per qualche secondo in una strada di Bitonto sembra avere confermato molti anni dopo.
Con le Academy le cose cambiano
Questo articolo non vuole essere un velato attacco alle Academy, che oggi rappresentano uno strumento essenziale per arginare la carenza di conducenti. È però altrettanto vero, sulla base di fonti autorevoli raccolte, che il loro successo procede a macchia di leopardo. In alcune realtà i risultati finali sono stati deludenti; in altre, invece, le Academy rappresentano uno strumento ormai ben rodato. Il vero problema viene dopo, quando si sale in cabina e si comincia davvero a fare questo mestiere.
È cambiato anche il profilo di chi vi si avvicina, e non sempre è la passione a portare i candidati verso il volante, ma la necessità. Ed è cambiato soprattutto lo spirito, un tempo entrare in un’azienda significava spesso rimanerci e l’azienda era quasi una famiglia. Il rapporto odierno tra società e autisti è molto più orientato al business e cambiare datore di lavoro o addirittura settore è diventato normale. Al tal punto che c’è chi arriva all’Academy poco convinto, semplicemente per provare una professione che non conosce, un elemento relativamente nuovo, che può spiazzare persino gli addetti ai lavori.
Alla prova dei fatti entrano in gioco la responsabilità, i turni, il rapporto con il pubblico e, inutile nasconderlo, anche la qualità della guida. Per esperienza personale, però, molti di coloro che si avvicinano al mestiere in età più matura mostrano umiltà e una forte volontà di imparare. Tra i più giovani è invece più facile incontrare chi, dopo pochi anni, cambia strada o si lascia attirare – almeno sulla carta – da condizioni economiche migliori offerte da un altro vettore.

