di Gianluca Celentano

È solo una provocazione, scevra di colore politico, ma legata ai colori del nostro tricolore. È, insomma, una riflessione ascoltando. le opinioni di alcuni conducenti. Da qui nasce una semplice domanda: perché sui mezzi pubblici italiani il tricolore compare così raramente, se non addirittura mai?

Identità e appartenenza, un ritorno al passato?

Se c’è un aspetto curioso emerso da queste chiacchierate informali è che l’idea di un ambiente un po’ più legato alle tradizioni e ai simboli dell’identità nazionale sembra piacere soprattutto ad autisti con maggiore esperienza, ma non mancano nemmeno giovani. In tutti Paesi del mondo, Italia ovviamente compresa, il trasporto pubblico rappresenta un’infrastruttura strategica, anche se nel nostro Paese potrebbe probabilmente essere valorizzato di più. Ogni giorno milioni di persone raggiungono il lavoro, la scuola o un ospedale grazie agli autobus. Eppure, nell’immaginario collettivo, il conducente sembra aver perso parte di quel ruolo di “servitore dello Stato” che storicamente accompagnava la professione.

Una bandiera italiana su ogni autobus?

Qualcuno scherza immaginando un piccolo adesivo ispirato alle forze militari. Un’etichetta identificativa con area di competenza, deposito, numero del mezzo e, magari, anche il numero riportato sul tetto del bus, così da renderlo immediatamente riconoscibile dall’alto in caso di emergenza. Il tutto accompagnato da un discreto tricolore magari sul frontale del veicolo, anche su quei autobus (praticamente tutti) non costruiti in Italia.

Nulla di militaresco nel senso operativo del termine, ma un richiamo simbolico all’organizzazione, alla responsabilità, all’appartenenza e, perché no, anche all’orgoglio professionale. Del resto, qualche legame con quella cultura esiste davvero, e l’associazione è con il Regio Decreto n. 148 del 1931. Tuttora vigente nelle parti non superate dalla legislazione successiva – a partire dallo Statuto dei Lavoratori (Legge n. 300/1970) -, le norme del R.D. sono più volte state riconosciute dalla Corte di Cassazione come disciplina speciale degli autoferrotranvieri, quella che definisce il conducente o l’autista come “agente” e utilizza ancora il termine “licenza” per indicare le ferie. Un lessico d’altri tempi, certo, ma che racconta le origini di un servizio pubblico organizzato secondo criteri di rigore, responsabilità e appartenenza. Secondo alcuni rappresentanti sindacali, nella prassi quotidiana il R.D. 148/1931 viene oggi richiamato soprattutto nell’ambito dei procedimenti disciplinari. Una testimonianza di come il dibattito sulla sua attualità sia probabilmente ancora aperto. 

Il futuro del Tpl tra carenza di autisti, prestigio e risorse incerte 

Naturalmente un adesivo non risolverebbe il problema della carenza di autisti. La domanda, però, resta inevitabile. I giovani cercano anche identità, prestigio professionale e senso di appartenenza oppure il vero, e forse unico ostacolo rimane lo stipendio? Probabilmente le due cose convivono.

Nessuna divisa può sostituire una retribuzione adeguata, ma anche il valore simbolico di una professione contribuisce a renderla più attrattiva. La riflessione arriva, inoltre, in un momento delicato, mentre il dibattito sul federalismo fiscale ha riacceso le preoccupazioni di aziende e associazioni del settore, che chiedono garanzie affinché il finanziamento del trasporto pubblico locale non venga indebolito, con il superamento dell’attuale Fondo nazionale TPL previsto dal nuovo impianto dal 2027, senza adeguati correttivi. 

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