Quando i sedili c’avevano la molla
di Gianluca Celentano Chi ha iniziato a lavorare su bus e camion negli anni Ottanta ne è testimone diretto. Chi è arrivato negli anni Novanta può invece azzardare un paragone fatto di ricordi: quello tra i vecchi sedili a molla e quelli, più moderni, ad aria compressa. Se il bus turistico assegnato lo utilizzavi sempre […]
di Gianluca Celentano
Chi ha iniziato a lavorare su bus e camion negli anni Ottanta ne è testimone diretto. Chi è arrivato negli anni Novanta può invece azzardare un paragone fatto di ricordi: quello tra i vecchi sedili a molla e quelli, più moderni, ad aria compressa. Se il bus turistico assegnato lo utilizzavi sempre tu, il classico pomolo a ruota che regolava la durezza della sospensione bastava impostarlo una volta. Poi non lo toccavi più, a meno che il peso e la forchetta non ci avessero nel frattempo “regalato” qualche chilo.
Il principio era semplice e robusto, costituito da un sistema meccanico di leveraggi, molla e regolazione permetteva di adattare la sospensione al peso del conducente. Più si precaricava la molla, più il sedile diventava sostenuto. Una regolazione sbagliata si sentiva subito, mentre, una regolazione troppo rigida significava incassare le asperità della strada; troppo morbida, invece, voleva dire arrivare facilmente a fondo corsa con “colpo” finale…
Quando ogni autista aveva il suo “assetto”
Il problema nasceva soprattutto sulla linea, dove i mezzi potevano cambiare ogni giorno e ogni mattina bisognava ricominciare: pomello, altezza, inclinazione e distanza dai pedali. Eppure erano già sedili tutt’altro che primitivi e si poteva regolare addirittura l’inclinazione del piano di seduta verso la pedaliera e, su diversi modelli, anche l’estensione della seduta per adattarla meglio alla statura del conducente. Regolazioni che esistono ancora oggi, naturalmente molto più evolute.
Poi sono arrivati i sistemi pneumatici, più ingegnosi, comodi e capaci di adattarsi molto meglio al conducente. Ti sedevi e il sistema, sfruttando l’aria compressa, portava la sospensione nella posizione corretta rispetto al peso. Ma non finiva lì: altezza e risposta della sospensione potevano essere ulteriormente adattate a piacimento. L’ideale, ieri come oggi, è non esagerare né da una parte né dall’altra. Un sedile troppo rigido trasmette le sollecitazioni; uno troppo morbido può amplificare il movimento e arrivare a fine corsa sulle asperità più marcate. Con il tempo sono arrivati supporti lombari e laterali pneumatici con cinture integrate e sistemi sempre più sofisticati, come il riscaldamento o la rotazione del sedile per facilitarne l’uscita. Gli attuali sedili professionali per autobus arrivano persino alla climatizzazione della seduta.
Quel “psss” che non prometteva niente di buono
C’era però un particolare che ogni vecchio autista ricorda bene, quello dell’aria in pressione che deve passare attraverso tubazioni, raccordi e valvole. Quando da sotto la seduta cominciavi a sentire quel caratteristico “psss”, sapevi che la giornata poteva complicarsi. E parecchio. Un raccordo allentato, un tubicino deteriorato o una perdita potevano lasciare il sedile senza la corretta sospensione pneumatica. Guidare così diventava difficile e bisognava fermarsi. Nei casi peggiori la perdita finiva per scaricare il circuito pneumatico del mezzo, la pressione scendeva ed entravano in gioco le protezioni dell’impianto. Il mezzo poteva quindi arrivare a frenarsi e le utenze pneumatiche (le porte) smettevano di rispondere normalmente.
Anche oggi può succedere e la cosa più complicata – oltre a rimediare come si può – è spiegarlo a un gruppo di viaggiatori che, nel frattempo, dispensano consigli. Il primo obiettivo era capire da dove arrivasse la perdita ed evitare che continuasse a scaricare aria, per poi ripristinare il collegamento quando possibile e in condizioni di sicurezza.
I vecchi espedienti da piazzale – fino a isolare (fare un nodo) provvisoriamente il tubicino – appartengono ai racconti e all’esperienza di quegli anni ma sono tuttora validi. Tra autisti, soprattutto nel noleggio, ci si aiutava. A me venne in soccorso un collega serbo, Dragutin, soprannominato “il Gute” o addirittura “il Drago”, di una società di Bergamo. Davvero professionale, di poche parole ma molto simpatico; ancora oggi lo ringrazio e spero che legga l’articolo! Perché anche questa era vita da autista, imparare a conoscere il mezzo attraverso rumori, vibrazioni e piccoli segnali.
Forse, tra le tante attenzioni dedicate a un autobus, bisognerebbe ricordarsi che una tubazione nascosta sotto il sedile può contare, per chi deve guidare centinaia di chilometri, molto più di una maxi lucidata fatta per premiare l’apparenza.

