L’autista guida anche per gli altri. Ma non può mica fare educazione stradale agli altri…
di Gianluca Celentano La fotografia è reale, recente e abbiamo deciso di pubblicarla seguendo la deontologia professionale. Qui non interessa mettere nessuno sotto i riflettori: interessa ciò che quell’immagine racconta. Chi guida professionalmente lo sa bene. La capacità di prevedere ciò che può accadere sulla strada è una dote che si acquisisce con gli anni. […]
di Gianluca Celentano
La fotografia è reale, recente e abbiamo deciso di pubblicarla seguendo la deontologia professionale. Qui non interessa mettere nessuno sotto i riflettori: interessa ciò che quell’immagine racconta. Chi guida professionalmente lo sa bene. La capacità di prevedere ciò che può accadere sulla strada è una dote che si acquisisce con gli anni. Prevedere l’auto che svolterà senza freccia, il pedone distratto, la bicicletta che sbuca, il monopattino che compare improvvisamente davanti a un mezzo pesante. Oppure chi arriva da dietro troppo velocemente e ci suggerisce, prudentemente, di lasciargli spazio e allungare un po’ in avanti.
Poi, pensiamo alla svolta a sinistra in un incrocio, dove bisogna lasciare il centro dell’intersezione alla propria destra. Quanti rispettano davvero la regola? Noi sì, e non di rado (anzi!) ci troviamo di fronte – in tutti i sensi – automobilisti ai quali dobbiamo ricordare la corretta traiettoria. La mole del bus aiuta a farsi notare, ma i compiti di un conducente sono già molti e troppo poco riconosciuti. E non può essere sempre l’autista a compensare ciò che sulla strada non funziona.
La fotografia mi ha colpito proprio per questo. Mostra una situazione tutt’altro che rara, che chi percorre ogni giorno le nostre strade riconosce fin troppo bene.
Una domanda è inevitabile: i controlli dove sono?
Sul monopattino, senza targa, ci sono due persone, nessuna delle quali indossa il casco, oltre a bagagli e spesa. Una scena che non richiede interpretazioni di alcun tipo: basta usare gli occhi. Ma il punto di questo articolo non è invocare una multa: è provare a raccontare quanto lontano sia ormai arrivato, suo malgrado, il limite di ciò che chiediamo a chi guida per mestiere. Nell’immagine, però, c’è qualcosa che dovrebbe interessarci ancora di più. C’è una minorenne.
Non sappiamo quale rapporto esista tra quelle due persone e non serve saperlo. Una domanda, però, possiamo porcela. Quale educazione stradale trasmettiamo ai più giovani attraverso i nostri comportamenti? Possiamo organizzare corsi nelle scuole, distribuire opuscoli e spiegare il Codice della strada. Poi, però, un ragazzo impara anche osservando gli adulti. E se vede che il casco diventa facoltativo, che sul monopattino si può salire in due e che una regola può essere ignorata quando risulta scomoda, l’esempio rischia di essere molto più efficace della lezione a scuola.
Gli incidenti che (non) accadono
Quando qualcosa va storto, dall’altra parte può esserci un bus. E chi è al volante deve accorgersi del pericolo, anticiparlo, frenare senza far cadere i passeggeri, rallentare e, possibilmente, rimediare anche all’errore commesso da qualcun altro. Molte situazioni potenzialmente pericolose finiscono senza conseguenze proprio perché un conducente professionale le ha viste (o previste) arrivare qualche secondo prima. Nessuno se ne accorge, proprio perché non è successo nulla. Ricordo una frase che sentivo ripetere spesso dai colleghi più esperti: «Noi, di incidenti, ne evitiamo diversi ogni giorno». Ed è forse questo il paradosso più bello e amaro del mestiere: la bravura di un autista, qualche volta, si misura anche dagli incidenti che non sono mai avvenuti.
Per questo la sicurezza stradale non comincia soltanto a scuola. Comincia molto prima. Comincia dall’esempio.
