Vuoi fare l’autista? Non lasciare che siano i social a farti passare la voglia
di Gianluca Celentano Un aspirante conducente si affida ai social per chiedere consigli dopo aver conseguito la patente D e la CQC. Le risposte non si fanno attendere e spaziano, come prevedibile, tra sacrifici, stipendi e responsabilità. Problemi reali, sia chiaro. E lo sottolineiamo subito, perché su queste pagine non ci siamo mai tirati indietro […]
di Gianluca Celentano
Un aspirante conducente si affida ai social per chiedere consigli dopo aver conseguito la patente D e la CQC. Le risposte non si fanno attendere e spaziano, come prevedibile, tra sacrifici, stipendi e responsabilità. Problemi reali, sia chiaro. E lo sottolineiamo subito, perché su queste pagine non ci siamo mai tirati indietro dal raccontare, con obiettività, le criticità di questo mestiere. Ma raccontare i problemi è una cosa, far credere a chi vuole iniziare che esistano soltanto quelli… è un’altra.
Sarà capitato anche a voi, scorrendo le pagine social dedicate agli autisti in cerca di lavoro, di fermarvi davanti a qualche discussione. È successo recentemente anche a me, leggendo il messaggio di un ragazzo che chiede semplicemente un consiglio: «Ero molto ottimista quando ho deciso di intraprendere questa strada, ma ora qualche preoccupazione c’è: è un mondo che non conosco. Da inesperto, da dove conviene cominciare? Le aziende sono disposte a dare fiducia a chi è alla prima esperienza?».
Come spesso accade arrivano i commenti, alcuni non rendono assolutamente giustizia al comparto, altri, invece, sono indicativi di un ottimismo che – per fortuna – esiste ancora. C’è chi, dopo 18 anni al volante, pur continuando ad apprezzare guida e viaggi, mette l’accento su stipendi, ore di lavoro e responsabilità, arrivando a sconsigliare la professione a chi la scegliesse soprattutto per ragioni economiche.
Un mestiere difficile, ma non finito
Ma non tutti chiudono la porta al giovane inesperto. Un conducente suggerisce di cominciare dove c’è maggiore richiesta, magari da scuolabus e Tpl, per poi passare alle linee e al noleggio. Un altro racconta di avere iniziato nei servizi per persone con disabilità per approdare successivamente al trasporto pubblico. Sono opinioni legittime e sarebbe sbagliato liquidarle. Questo lavoro ha perso parte del suo antico smalto e le retribuzioni non sono riuscite a seguire le responsabilità; i turni, poi, inevitabilmente pesano sulla vita privata, e anche la sicurezza e le aggressioni sono un tema contemporaneo.
Ma c’è un rischio: raccontare soltanto ciò che non funziona. Fare l’autista, soprattutto nel trasporto pubblico, significa innanzitutto svolgere un servizio più che un lavoro. A volte si dimentica questo caposaldo del mestiere. Non basta timbrare la presenza ma occorre garantire una continuità e rispettare regole a volte poco comprese o da riformulare. Sotto questo aspetto il conducente non è poi così lontano da altre professioni del trasporto, a partire dal pilota che, naturalmente, possiede competenze e responsabilità giuridiche ben diverse. Non è casuale, del resto, che il rapporto di lavoro degli autoferrotranvieri conservi ancora una (ferrea) disciplina particolare che affonda le proprie radici nel R.D. 148 del 1931.
Le giornate normali non diventano virali
C’è poi qualcosa che i social raccontano molto meno, ovvero le giornate in cui va tutto bene. Difficilmente qualcuno pubblica un post perché un passeggero lo ha ringraziato, un bambino lo ha salutato dal marciapiede o perché è rientrato in deposito soddisfatto della propria giornata, dopo aver messo alla prova tutta la propria abilità. Ancor meno racconta di quando, magari con un cacciavite e fil di ferro, è riuscito a riportare il mezzo in rimessa. Poi ci sono invidia e gelosia vecchie quanto il mestiere a frenare sfoghi positivi sui social, terreno fertile per ironie, derisioni e leoni da tastiera.
Non raccontiamo quasi mai il piacere di conoscere persone diverse, attraversare ogni giorno una nuova città, imparare a governare dodici o diciotto metri di autobus nel traffico. È molto più facile – e sui social spesso anche più redditizio – continuare a lamentarsi. Lamentele che, nella maggior parte dei casi, rimangono sui piazzali (o sui social) e solo di rado arrivano davvero al tavolo della contrattazione. E quando ci arrivano, il rischio è che prevalga la ricerca della soluzione personale rispetto a quella collettiva, con il classico «sistemiamo il mio turno» invece di provare a migliorare le regole per tutti. Nei primi anni ’90 capitava persino che alcuni colleghi cercassero di dissuadere i giovani dall’intraprendere questo mestiere. Non sempre per istinto “protettivo”: talvolta il nuovo arrivato era visto semplicemente come un concorrente scomodo. Pensiamoci.
A un giovane direi: specializzati
A quel ragazzo che chiede consiglio, forse dovremmo evitare sia le esagerazioni sia le sentenze, provando a offrirgli un biglietto da visita diverso. Gli direi di prendere la CQC, fare esperienza e specializzarsi. Conosci il Tpl, ma guarda anche al noleggio e al turismo; impara una lingua se puoi, acquisisci competenze e non pensare che il primo autobus che guiderai debba necessariamente essere quello della tua intera vita professionale. Scoprirai un lavoro fatto di responsabilità e sacrifici, ma anche di autonomia – e non è poco – e, a seconda della realtà in cui sceglierai di lavorare, anche di opportunità di crescita. Inoltre, se lavori con coscienza, anche un errore può essere compreso.
E considera anche un altro aspetto: la professionalità che ti rende unico. Una vera professionalità nella guida dei mezzi pesanti non si esaurisce necessariamente nell’impiego principale. Può trovare spazio e valore anche altrove, per esempio nel volontariato organizzato e strutturato, dove in alcuni casi i titoli di guida possono essere riconosciuti o convertiti secondo le norme previste. Il mestiere dell’autista ha problemi? Certamente. Deve essere maggiormente valorizzato anche economicamente? Sì. Ma, per fortuna, non è un mestiere finito. Forse dovremmo ricordarcelo soprattutto quando un giovane, anziché domandarci come abbandonare questo lavoro, ci chiede come fare per cominciarlo.
