di Gianluca Celentano

C’è un momento in cui anche le parole cominciano a perdere significato: “solidarietà”, “vicinanza”, “ferma condanna”. Le leggiamo dopo ogni aggressione a un autista. Poi passa qualche giorno, cambia la città e la cronaca ricomincia. Firenze, Ancona, Termoli sono soltanto alcuni degli episodi più recenti. Cambiano le aziende, le regioni e i motivi scatenanti: un guasto, una regola da far rispettare, un autobus pieno o un ritardo. Non cambia, invece, chi rimane in prima linea in (e dopo) questi fatti di cronaca: l’autista.

Si cercano autisti offrendo incentivi, Academy, patenti pagate e, dove possibile, condizioni economiche migliori. Possono anche aumentare gli stipendi, ma se un lavoratore percepisce di essere lasciato solo davanti alla violenza… il problema rimane. E, alla prima occasione, probabilmente sceglierà altro. La sicurezza nel trasporto pubblico è innanzitutto dignità del lavoro e non è né di destra né di sinistra. È sicurezza sul lavoro prima ancora che ordine pubblico.

Proprio per questo il tema dovrebbe riuscire a mettere intorno allo stesso tavolo Governo, opposizioni, aziende, sindacati e forze dell’ordine. E invece troppo spesso ci si indigna a parole dopo l’aggressione e poi si torna alla normalità. Il servizio deve andare avanti, le risorse per il Tpl sono quelle che sono e, alla fine, si finisce per tollerare ciò che normale non dovrebbe esserlo affatto. Fino al rischio più grave, quello di abituarsi a un trasporto pubblico nel quale aggressività e sopraffazione diventano quasi parte del mestiere.

Si aspetta il morto? È una domanda brutale, certo. Ma davanti al ripetersi delle aggressioni, è davvero così sbagliato porsela?

E allora vale la pena guardare anche oltreconfine, in Paesi come la Spagna, dove il trasporto pubblico non è certamente immune da violenza ed evasione, ma colpiscono la maggiore visibilità della vigilanza presente nelle stazioni e dove si sale, si paga e ci si comporta in modo compatibile con un servizio pubblico. Da noi, invece, resta un’altra domanda scomoda: quanto è realmente efficace una regola se chi la viola è convinto che, alla fine, non gli accadrà nulla? 

Forse è arrivato il momento di rovesciare la domanda e di non chiederci soltanto dove troveremo i nuovi autisti, ma piuttosto perché quelli che abbiamo dovrebbero continuare a fare questo mestiere? 

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