di Gianluca Celentano (conducente bus)

Come per “magia”, qualche azienda ha intrapreso la difficile strada dell’aumento salariale basato sull’esperienza effettiva del conducente e sembrerebbe che siano state premiate. Il riconoscimento è rappresentato dall’interesse crescente per il job hopping, non più verso altri settori professionali, ma tra diverse società di autolinee, rimanendo quindi all’interno di un ambito più familiare e conosciuto.

Il sindacato torna a far sentire la voce?

Ad agevolare questa dinamica è stato il sindacato, nonostante le critiche preesistenti. È opportuno riconoscerne il merito, poiché si è contrapposto alle rigide posizioni delle grandi corporazioni di settore, spesso poco inclini a sperimentare soluzioni innovative. In questo contesto le isolate, per il momento, concertazioni hanno invece portato risultati incoraggianti. 

L’idea di importare conducenti extra UE rappresenta sicuramente una strada percorribile, benché con alcune limitazioni: la barriera linguistica, il possesso (e i costi) del CQC, rischiano di compromettere la qualità del servizio, che rimarrebbe legato agli attuali parametri di ingresso retributivi.

Lo stimolo dal blog “vita d’autista”

Lo scopo di questa pagina, che grazie all’aumento dei lettori tra i conducenti si sta affermando come un valido punto di riferimento per il miglioramento delle loro condizioni di lavoro, è raccontare gli aspetti meno conosciuti della professione, mantenendo un approccio imparziale e costruttivo.

Per affrontare la grave carenza di conducenti – un problema di portata mondiale – appaiono seguiti due percorsi: valorizzare l’esperienza di guida su autobus, includendo non solo il servizio pubblico locale, ma anche il noleggio, e la formazione interna per aspiranti conducenti senza patente, o i conducenti extra Ue. Forse quelli più ignari sulle condizioni contrattuali.

Questi recenti aspetti emergono dai piazzali e sono sostenute dai sindacati confederali, che hanno ripreso un ruolo attivo in alcune località anche in vista di uno sciopero di 24 ore previsto per l’8 novembre, senza fasce orarie di garanzia; una protesta che non si vedeva da decenni. 

Pubblico in mano ai privati?

Tuttavia, in un contesto in cui il servizio pubblico dovrebbe essere “pubblico” come mi ribadisce un segretario confederale, permangono tensioni legate all’affidamento delle linee a vettori privati. Nonostante la professionalità di questi ultimi, la mancanza di una copertura capillare potrebbe rappresentare un limite rispetto alle grandi aziende partecipate. È un tema caldo e divisivo, soprattutto quando si parla di qualità del servizio, gestione delle risorse e, non da ultimo, di rischio di monopolio. Terminologie che evocano preoccupazioni e richiedono chiarezza anche nei confronti degli utenti del trasporto pubblico. 

Rimane coerente come soluzione l’idea di una collaborazione strategica con i vettori privati, spesso meno tutelati, ma in grado di rappresentare un supporto valido e complementare nella gestione della mobilità urbana e interurbana. Questa proposta si discosta in modo significativo dallo status quo conosciuto e tramandato, caratterizzato dalla distinzione tra autisti di “serie A” e “serie B”, a seconda della società per cui lavorano.

Sebbene oggi sia evidente una migrazione di conducenti dal settore pubblico al privato, è giunto il momento di introdurre schemi di benefici chiari e trasversali, che superino le divisioni attuali. Questo approccio non sarebbe sorprendente, considerando il modello europeo, che per alcuni rappresenta un baluardo scomodo e divisivo, ma per altri è un’opportunità di rinnovamento.

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