di Gianluca Celentano

L’accessibilità del trasporto pubblico rappresenta una conquista di civiltà e progresso. Consentire a una persona con disabilità di salire facilmente a bordo di un autobus deve essere un obiettivo condiviso da aziende, istituzioni e conducenti. Su questo non ci piove. Proprio per questo, molti lettori e numerosi autisti, direttamente e indirettamente, mi hanno chiesto di affrontare un tema spesso poco discusso, ma molto sentito: le pedane automatiche hanno lasciato spazio a quelle manuali.

Una scelta che comporta un cambiamento non trascurabile e un’attività aggiuntiva per il conducente: lasciare il posto di guida, raggiungere la porta centrale e aprire o richiudere manualmente la pedana. Una procedura ormai entrata nella quotidianità del servizio, ma che merita alcune riflessioni.

La prima riguarda la sicurezza del conducente. Uscire dalla cabina significa lasciare momentaneamente il posto di guida, spesso in fermate affollate, su strade trafficate o in presenza di ostacoli architettonici. Basti pensare a un palo, a un marciapiede irregolare o ad altri impedimenti che non consentono il corretto accostamento del bus o la completa apertura della pedana. I digital mirror aiutano l’avvicinamento, ma non risolvono ogni situazione. Esiste poi un ulteriore aspetto, seppur meno frequente, ma non trascurabile: il rischio di aggressioni, furti o altre situazioni impreviste mentre il conducente si trova all’esterno del veicolo.

Chi assiste l’autista quando l’autista assiste? 

C’è poi un altro aspetto, meno evidente ma altrettanto importante: la responsabilità. Se durante le operazioni di assistenza dovesse verificarsi un incidente – in un contesto nel quale i conducenti sono sempre più spesso chiamati a rispondere personalmente del proprio operato – quali sono i confini tra il dovere di prestare aiuto, le procedure aziendali e le responsabilità del conducente? 

Insomma, temi che meritano attenzione e regole chiare. Il diritto alla mobilità sicura – e, mentre scrivo, penso a una persona non vedente che inciampa in un monopattino abbandonato in mezzo al marciapiede – dovrebbe spingere a investire in soluzioni tecnologiche sempre più affidabili, infrastrutture adeguate e personale dedicato al controllo e all’assistenza. 

Accessibilità sì, ma senza scaricare tutto sull’autista

Se il ritardo fa parte del mestiere, non può diventare un alibi per comprimere i tempi di recupero del conducente. Le operazioni di carico e scarico delle persone con disabilità richiedono tempo, così come richiede tempo un servizio svolto con attenzione. Se a questo si aggiunge il maggiore afflusso di passeggeri che inevitabilmente si accumula quando una corsa è in ritardo, il risultato è spesso uno solo: pause al capolinea ridotte o, nei casi peggiori, azzerate. 

E, per concludere con un pizzico di ironia, sarà curioso vedere come verrà affrontato il tema dei monopattini a bordo quando arriveranno regole davvero uniformi in tutta Italia. Oggi, infatti, ogni azienda segue un proprio regolamento: c’è chi li vieta, chi li ammette solo se piegati e chi adotta criteri più permissivi...

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