di Gianluca Celentano

In questi giorni sono riuscito a parlare con un amico, Enzo, che non incrociavo da diverso tempo. Lui è un padroncino titolare di una società davvero piccola: un solo autobus. Prossimamente spero di riuscire a presentarvelo con un video appena ci troviamo con un po’ di tranquillità in qualche piazzale. Rispetto a quand’era dipendente di un autoservizio l’ho trovato molto più afferrato sulle normative e le limitazioni, ma anche parecchio preoccupato.

Il suo lavoro sostanzialmente si articola in servizi volanti, come gli shuttle, concessi da società più grandi che non riescono a coprili oppure in piccoli noleggi locali o trasferte in giro per l’Italia. Sembra avere le idee abbastanza chiare quando afferma che ha la netta sensazione che le micro imprese siano in via di estinzione.

Non cadranno i grossi gruppi

Lo racconta parlando del tema più attuale, le classi di emissioni e l’accesso nell’area C di Milano. È sicuro che sarà estesa nel giro di poco tempo anche in altre città, come Firenze e l’unica soluzione sarà cambiare autobus. Ma un bus euro 6 nuovo ha costi improponibili per un bilancio così ridotto e anche sul mercato dell’usato le cose non sono molto diverse; si superano facilmente i centomila euro. Un passo troppo azzardato.

Poco dopo la liberalizzazione delle licenze, continua il mio amico, c’è stato un rovescio della medaglia rispetto le aspettative imprenditoriali dei piccoli vettori, ma anche una letale corsa al ribasso sulle tariffe che ha rovinato il mercato. Un mea culpa è stato fatto solo a parole e successivamente dopo la pandemia, si è presentato un conto salatissimo per i padroncini. Basta pensare agli adeguamenti tecnici per i bus, i preventivi d’acquisto dei sensori, i costi d’ingresso richiesti dai comuni, condizioni che hanno dato il colpo finale alle micro società.

Gli unici che possono reggere (in parte) il colpo sono le grandi società, cioè quelle con decine di bus e tante tipologie di servizi, noleggi, appalti di linea e sovvenzioni, in sostanza quelle più rappresentate a livello associativo. Seppur faccia discutere – e l’abbiamo ribadito in diverse occasioni – mettere al bando i bus euro 5 per i servizi in area C a Milano, è chiaro che per queste società l’acquisto di un euro 6 può comunque essere messo in preventivo con una certa gradualità.

Le soluzioni?

Come si esce da questo vortice che minaccia la chiusura forzata? Se l’amministrazione comunale non ha interesse nel fare una reale retromarcia almeno su alcune scelte a dir poco folli, il futuro è assolutamente nero. Le uniche soluzioni sono nel concetto che l’unione fa la forza, prosegue Enzo. L’idea di consorzi o di affermate holding che controllino il traffico privato salverebbe le piccole imprese, cioè quelle disposte a passare sotto un altro e autorevole nome per continuare l’attività di noleggio. Infatti i costi d’impresa sono oggi improponibili e, con la carenza autisti, è meglio vendere i bus e ridurre l’organico. Sul mercato però, non si avrebbe più lo stesso valore. Servono arbitri e controllori della massima credibilità, persone votate soprattutto per il bene comune di settore. Ad aggiungersi alla problematica c’è la necessità di investimenti strutturali per la rete stradale, ponti e aree dedicate ai bus.

Ma chi sarebbe disposto?

Per comprendere questo passaggio è necessario avere dell’obiettività interiore sul quadro politico economico e normativo attuale, valutando i pro e i contro nel soggiacere sotto grandi imprese.

Ci sono autorevoli e storici nomi di società con almeno una ventina di bus che non accetterebbero di cancellare il loro nome dagli autobus e dalla tradizione familiare nel settore, perdendo di conseguenza il controllo della società. Sono quelle che fanno più rumore mediatico e associativo nel rivendicare il diritto d’impresa e, sebbene sfiancate anche loro dall’attuale situazione, riescono a rimanere a galla rimandando possibili alternative. Altre ancora si affidano a una tradizione di esclusività nei servizi, ritagliandosi con una certa sicurezza la fetta del mercato d’élite. La verità che appare è quella di un settore abbastanza spaccato e non troppo propenso alla reciproca solidarietà, questo probabilmente è il male peggiore del comparto. Nel frattempo, verso le vessazioni e le continue restrizioni, c’è chi temporeggia affidandosi all’ancora di salvezza del contraddittorio politico e associativo che dovrebbe controribattere le scelte più improponibili di una politica anche locale che non conosce il settore.

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