di Gianluca Celentano (conducente bus)

Può suonare stravagante affrontare questo tema in una rubrica per autisti, ma siamo nel mese di giugno, quello scelto per sensibilizzare l’opinione pubblica (e non solo) su questioni che hanno risvolti importanti anche nel mondo del lavoro oltreché nei contesti sociali. Il comparto si sta indubbiamente evolvendo ma soffre tuttora in taluni casi di una ristrettezza di vedute e di una cultura troppo maschilista, spesso penalizzante per le donne conducenti e per le diversità di genere. Vediamo dove.

Le conducenti sono valide risorse

Per essere obiettivi va riconosciuto che le donne sono generalmente ben integrate nel contesto lavorativo del conducente, grazie anche alle contrattazioni autoferro e noleggio che non penalizzano le quote rosa in servizio. La scelta professionale e l’integrazione delle donne conducenti hanno promosso nell’ordine il tpl, poi i servizi scuola, seguiti dagli shuttle e per ultimo il noleggio per un motivo abbastanza intuibile: la regolarità del servizio grazie alla quale si può organizzare una vita personale e la gestione di una famiglia. Oggi, nonostante le percentuali siano ancora troppo basse, si registra rispetto al passato un’aliquota maggiore di donne iscritte per ottenere la patente D.

Il gender gap

Non è corretto affermare che siano le aziende a perseguire un “divario lavorativo in funzione del genere”, il gender gap appunto; stando alle testimonianze sono infatti proprio alcuni colleghi a non attuare l’inclusione e a pronunciare frasi inappropriate o addirittura offensive.

L’ATM di Milano nel 2018 è stata fra le prime società del tpl a promuovere politiche di inclusione, almeno sulla carta, citando un punto sulle diversità nel suo Codice Etico: “Le Società del Gruppo si impegnano a non attuare alcuna forma di discriminazione, diretta o indiretta, di qualunque genere nei rapporti di lavoro ed a promuovere azioni positive per le pari opportunità, valorizzando la forza della diversità”. Un’iniziativa lodevole alla quale probabilmente non ha fatto seguito una mirata formazione dei dipendenti forse perché, visto l’elevato numero dei conducenti, un investimento culturale di questo tipo avrebbe richiesto tempo, voglia e soprattutto risorse economiche.

Il problema invece può sorgere nell’amministrazione delle piccole società che, seppur assillate dalla carenza di autisti, si pongono interrogativi (etici?) sulla convenienza di assumere donne o conducenti dichiaratamente gay o altro. Probabilmente lo fanno per evitare controversie: un’offesa lanciata con disprezzo o semplicemente un silenzio di disapprovazione verso i generi, possono provocare il dissenso di qualche collega con opinioni ben diverse. In queste isolate realtà l’autista uomo è generalmente più “sfruttabile” rispetto a una donna, forse perché meno informato e con limitate pretese. Insomma, il dipendente ideale deve possedere capacità pratiche (fino a un certo punto…), ma non si deve porre interrogativi etici che vadano oltre ai suoi immediati interessi personali. Se si dimostrano capacità e sensibilità morali, il più delle volte la domanda di lavoro per autista (in Italia) è seguita dal silenzio e, nei migliori casi, da un: “Le faremo sapere”. È successo anche a me (che faccio informazione) nei grandi gruppi, che ringrazio molto!

Più cultura

Quando proponiamo la necessità di un cambio di passo nella mentalità e nella cultura del comparto, fra i vari temi ci sembra fondamentale il diritto di non dover temere di affermare chi sei. Fare questo oggi può risultare penalizzante! Complici le centinaia di fake news circolanti ad arte sui cellulari dei colleghi, che distorcono la realtà su libertà e diritti, l’Italia non si posiziona fra i primi Paesi in materia di uguaglianza e tutela dei diritti, scivolando al trentaseiesimo posto su 49 nazioni.

Qualunque sia l’odierna realtà, in quasi ventotto anni di guida, ho conosciuto colleghi dichiaratamente omosessuali, con fedi religiose diverse e tante donne e madri, ma purtroppo ho anche sentito anche sindacalisti pronunciare con leggerezza frasi di disprezzo nei loro confronti. Non osservo quindi un allarme per la professione in se stessa, ma continuo a preoccuparmi per i preconcetti tuttora esistenti seppure velati da malcelata ipocrisia.

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