di Gianluca Celentano

In Italia dopo i 60 anni serve un’idoneità annuale per continuare a guidare autobus e a 68 scatta lo stop. Ma patente, visita annuale e diritto alla guida non sono la stessa cosa. Una segnalazione da Piacenza, per esempio riapre una questione molto discussa nel settore…

Cosa succede alla patente D quando un autista raggiunge i 68 anni? Deve riconsegnarla? Viene automaticamente declassata? Oppure può conservarla anche se in Italia non può più mettersi alla guida di un autobus? La risposta è meno scontata di quanto sembri. Perché avere una patente D valida e poter guidare professionalmente un autobus non sono esattamente la stessa cosa.

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Patente D: dai 60 ai 68 anni si può guidare, ma con verifica annuale

Partiamo dalla norma, dall’‘articolo 115 del Codice della strada che prevede particolari limiti di età per la conduzione degli autobus e degli altri veicoli destinati al trasporto di persone. Superati i 60 anni, il conducente può continuare fino a 68 anni, ma deve ottenere, anno per anno, uno specifico attestato che certifichi il possesso dei requisiti fisici e psichici dopo una visita specialistica. Non è un’interpretazione, perché lo precisa anche una circolare del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Compiuti, però, i 68 anni, invece, quella possibilità termina, ed è qui che comincia il paradosso. La patente D non è necessariamente “morta”. E nemmeno la CQC

Compiere 68 anni non significa perdere automaticamente patente D e CQC. A chiarirlo è lo stesso Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. La CQC persone può essere rinnovata senza limiti di età, purché rimanga valida la patente D o DE. Si crea così un curioso paradosso, dove, un conducente ultra-68enne può continuare ad avere patente D e CQC persone valide, ma non può utilizzarle per guidare un autobus in Italia, dove resta il limite anagrafico previsto dalla normativa. I titoli possono tuttavia conservare utilità all’estero, secondo le regole del Paese in cui si intende guidare. (fonte: Circolare MIT prot. 7787 del 3 aprile 2014).

È importante ribadirlo, perché spesso si confondono tre aspetti diversi, ossia, la scadenza amministrativa della patente, l’attestato sanitario annuale necessario dopo i 60 anni e il limite anagrafico imposto dal Codice per la guida di determinati veicoli. E la confusione, secondo testimonianze dirette e qualificate che abbiamo raccolto tra autoscuole e conducenti, riguarderebbe in alcuni casi anche le commissioni mediche, con interpretazioni e procedure non sempre uniformi. Una situazione singolare, considerando che proprio da queste strutture ci si aspetterebbero indicazioni certe e un’applicazione omogenea della normativa. 

Il ruolo delle commissioni mediche

Su questo punto diversi conducenti riferiscono esperienze differenti davanti alle commissioni mediche, con patenti rinnovate per periodi più lunghi, validità ridotte o proposte di riclassificazione verso categorie inferiori. Eppure, nelle disposizioni ministeriali consultate, non risulta una regola generale che imponga di ridurre automaticamente a un anno la validità della patente D con l’avvicinarsi dei 68 anni. Un’eventuale limitazione nel singolo caso va quindi distinta dall’attestazione sanitaria annuale prevista dall’articolo 115, che è tutt’altra cosa. 

Perché conservare la Patente D se in Italia non posso più guidare dopo una certa età?

È una domanda tutt’altro che banale. La patente D può continuare ad avere un’utilità concreta o, più semplicemente, rappresentare un legame affettivo che per molti autisti è quasi di sangue. Il limite dei 68 anni riguarda infatti la possibilità di condurre questi veicoli in Italia, mentre la patente rientra nel sistema europeo delle licenze di guida. Un conducente può quindi avere interesse a non declassarla volontariamente, anche nell’eventualità di utilizzarla in un altro Paese dove la normativa consenta di continuare a guidare, naturalmente nel rispetto dei requisiti sanitari e professionali previsti, CQC compresa. 

Il caso segnalato a Piacenza

Le patenti UE si basano sul reciproco riconoscimento, ma non basta trasferire formalmente la residenza all’estero per aggirare le norme italiane. La disciplina europea richiede infatti la cosiddetta “residenza normale”, legata in generale a una permanenza di almeno 185 giorni l’anno e ai propri legami personali e professionali.

Proprio su questo tema, abbiamo ricevuto una segnalazione di un autista italiano ultra-68enne, titolare di patente bulgara, che lavorava per un’azienda della provincia di Piacenza. Fermato dalla Polizia Stradale, sarebbe stato sanzionato per oltre 2.000 euro, ma avrebbe successivamente ottenuto l’accoglimento del ricorso davanti al Giudice di Pace. Non abbiamo potuto visionare né il verbale né il provvedimento del giudice e quindi non può stabilire per quale motivo il ricorso sia stato accolto. 

Insomma, serve chiarezza

Come già ricordato, dopo i 60 anni l’autista che vuole continuare a guidare autobus è sottoposto a una verifica sanitaria annuale, con procedure e costi a proprio carico. Sorprende quindi che, secondo diverse testimonianze raccolte, in alcuni casi venga ridotta anche la durata della patente D, quando nelle disposizioni ministeriali consultate non risulta un automatismo che ne imponga il rinnovo annuale. E non è solo burocrazia, perché ogni visita, certificazione e rinnovo rappresenta un costo per il conducente e, per un titolare, può significare anche un fermo lavorativo, mentre dall’altra parte genera un corrispettivo per il servizio erogato. In un settore che chiede sempre maggiore professionalità e lamenta la scarsità di conducenti esperti, servirebbero quindi regole uniformi, trasparenza e risposte tecniche chiare, non interpretazioni contrastanti. Perché l’incertezza normativa non può diventare un costo aggiuntivo per chi lavora.

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