di Gianluca Celentano

Per decenni l’automobile è stata il simbolo della mobilità individuale. Possederne una significava libertà, autonomia e divertimento, ma anche una forma di realizzazione personale.

Facendo alcune ricerche mi sono imbattuto nel libro “Auto-distruzione” del professor Francesco Zirpoli, che analizza le ragioni della crisi che sta attraversando l’industria automobilistica europea. Una crisi che non può essere spiegata soltanto con il Green Deal, le normative ambientali o la concorrenza cinese. Dietro il ridimensionamento del settore vi sarebbero anche precise scelte industriali compiute negli ultimi vent’anni, con la produzione di automobili sempre più grandi, costose e orientate alle fasce più redditizie del mercato, mentre milioni di persone hanno progressivamente rinunciato all’acquisto di una vettura nuova.

Tutto questo, in realtà, riguarda anche la passione per la guida e quindi interessa da vicino il mondo degli autobus e degli autisti. Parallelamente, infatti, siamo sempre più accompagnati dai sistemi di assistenza alla guida e di sicurezza che rappresentano il primo passo verso l’automazione dei veicoli, gli ormai noti ADAS, oggi presenti su molte automobili e autobus. 

Ma cosa c’entra tutto questo con gli autobus?

Più di quanto possa sembrare. Infatti la vera trasformazione non riguarda soltanto il motore elettrico, ma il concetto stesso di mobilità, che non necessariamente dovrà essere elettrica per essere autonoma. Sempre più ricercatori immaginano un futuro nel quale l’automobile privata diventerà meno personale e più condivisa. Oggi può sembrare un’ipotesi difficile da accettare, ma secondo molti studi rappresenta una delle direzioni più probabili dell’evoluzione del settore.

In questo scenario entra in gioco la guida autonoma

Secondo il professor Sergio Matteo Savaresi del Politecnico di Milano, che ha accettato di offrirci una sua previsione sul futuro della guida autonoma e della professione dell’autista, la tecnologia ha già raggiunto livelli di maturità significativi. In alcune città degli Stati Uniti e della Cina sono già operativi servizi di robotaxi senza conducente a bordo. L’obiettivo non sarebbe tanto sostituire l’automobile tradizionale con una vettura elettrica, quanto trasformare il veicolo in un servizio di trasporto disponibile su richiesta. Una sorta di trasporto pubblico “allargato”, molto diverso da quello che conosciamo oggi. Autobus, tram, metropolitane e sistemi di mobilità condivisa potrebbero diventare componenti sempre più integrate di un unico sistema di mobilità, mentre flotte di veicoli autonomi capaci di trasportare piccoli gruppi di persone, secondo le previsioni del professore, potrà essere il futuro della mobilità nelle grandi aree metropolitane.

E gli autisti?

Può sembrare strano, ma non spariranno, anzi, secondo Savaresi potrebbero addirittura aumentare. A cambiare, nell’arco di dieci o vent’anni, sarà soprattutto la loro funzione: meno conducenti tradizionali e più operatori specializzati nella supervisione e nella gestione di sistemi di mobilità sempre più automatizzati, con un ruolo che potrebbe avvicinarsi a quello di controllori di un grande centro servizi. Una prospettiva che, al di là delle inevitabili incognite, porta con sé una domanda tutt’altro che secondaria: saremo pronti ad affidarci a una mobilità sempre più autonoma, condivisa e gestita dall’intelligenza artificiale? Perché il futuro non dipenderà soltanto dalla tecnologia, ma anche dalla capacità delle persone di adattarsi a un modo completamente nuovo di muoversi. 

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