Intervista a Carlo Bettini, co-founder e CEO di Wayla Italia
È il primo van pooling italiano ed è nato a Milano nel 2024 nella notte di Halloween. Il suo nome è Wayla (si pronuncia ueilà, alla milanese) e come tutte le start-up sogna in grande: punta a rivoluzionare il concetto di trasporto pubblico nelle nostre città, offrendo con i propri van (molti dei quali elettrici) […]

È il primo van pooling italiano ed è nato a Milano nel 2024 nella notte di Halloween. Il suo nome è Wayla (si pronuncia ueilà, alla milanese) e come tutte le start-up sogna in grande: punta a rivoluzionare il concetto di trasporto pubblico nelle nostre città, offrendo con i propri van (molti dei quali elettrici) un servizio di viaggio condiviso, su richiesta e porta a porta, a prezzi vantaggiosi rispetto al taxi: d’altronde la condivisione del tragitto significa anche condivisione del costo. A Milano (e provincia) Wayla è già diventata grande, conquistando migliaia di utenti e allargando il raggio d’azione del proprio servizio, attivo ora tutti i giorni, dalle diciotto alle tre della mattina. In un anno e mezzo di vita, l’azienda si è strutturata e, in controtendenza rispetto ai grandi operatori, non sta facendo fatica a reperire personale conducente. Carlo Bettini, co-fondatore e Ceo dell’azienda, spiega perché si può, anzi si deve pensare diversamente la mobilità.
Iniziamo facendo un passo indietro. Com’è nata l’idea di Wayla? Immagino che tu, Mario Ferretti, Alessandro Villa, Michele Quagliata e Niccolò Ferrari abbiate lasciato i vostri impieghi per lanciarvi in questa avventura…
«Proprio così. Lo abbiamo fatto, con una dose di coraggio e di giovane incoscienza, perché abbiamo sempre visto all’estero dei modelli di mobilità che permettevano a chiunque di vivere le città in modo facile e conveniente, e l’abbiamo parametrata con il problema italiano di trovare una vera soluzione alternativa all’auto privata. E così ci siamo messi in gioco: prima un progetto, poi il business plan, la costituzione dell’azienda, la raccolta di fondi e il varo il 31 ottobre 2024… ed eccoci qui! Conoscendo molto bene Milano, il tasso di giovani presenti, le necessità di alternative valide all’uso di un mezzo privato, dopo aver studiato leggi e normative, abbiamo messo a punto Wayla quale soluzione di trasporti inseribile nell’ecosistema della mobilità meneghina».
Ecco, hai citato la raccolta fondi iniziale, ma qualche mese fa avete chiuso un round di finanziamento. Quanto avete raccolto?
«Un milione e centomila euro, peraltro in tempo record, poco più di 24 ore: è stato un risultato tanto importante quanto sorprendente che conferma però le nostre convinzioni, ovvero la forza del modello e la fiducia della community nella visione di una mobilità più accessibile, sostenibile e innovativa».
Torniamo a quella notte di Halloween del 2024, quando siete salpati per l’avventura. Siete partiti che eravate, presumo, in pochi, giusto il necessario, e con quanti veicoli? Ad oggi, dopo un anno e mezzo, quanto siete cresciuti?
«Esatto, siamo partiti con uno staff ridotto e il numero dei soci era di fatto anche il team operativo. Proprio perché era un progetto pilota e non a caso lavoravamo solamente quattro giorni su sette, dal giovedì alla domenica. Siamo partiti con cinque minibus Ducato diesel, in un’area molto ristretta di Milano: dentro la circonvallazione più Città Studi, vista l’alta concentrazione di studenti. Ora abbiamo più che raddoppiato la flotta: abbiamo dodici Ducato, di cui 8 elettrici. La trazione a batteria, nello specifico da 110 kW, è per noi vincente e continueremo a ordinarli in modo graduale. Hanno una capienza leggermente minore, però è anche leggermente più piccolo e quindi ti permette anche di avere una mobilità sicuramente più snella dentro la città di Milano».
A tal proposito, avete stretto un accordo con Atlante…
«Già. Atlante ha sposato il progetto all’inizio in realtà, quando ancora non avevamo i mezzi elettrici. Poi una volta entrati in flotta hanno supportato ancor più direttamente il progetto per farlo crescere».

Wayla è nata per promuovere un cambio di paradigma, una rivoluzione culturale del trasporto. Ho letto un vostro post sui social, nel quale affermate che non è solo una questione di mezzi, di autobus, tram e metropolitane, ma anche, per non dire soprattutto, di cultura della mobilità. È anche questione di Drt?
«Il servizio a chiamata sta diventando una soluzione sempre più urgente e pensiamo che sia una strategia corretta, che vada incentivata. La nostra idea è, diciamo, semplice: bisogna riconoscere che ci sono tante persone che oggi sono ancora ostinate a utilizzare un mezzo privato perché ritengono che, per un insieme di motivi, il trasporto pubblico non sia la soluzione migliore per coprire perfettamente le loro esigenze. Giusto o sbagliato che sia, bisogna capire il perché e proporre un’alternativa valida che possa essere conveniente e comoda. Faccio un esempio…».
Prego.
«È lo stesso fenomeno che abbiamo visto in altri settori: ormai siamo abituati a ordinare del cibo e riceverlo in poco tempo, oppure poter accedere a vedere un film con un click in pochi secondi. E a noi piacerebbe poter offrire un servizio efficiente anche alle persone che dicono ‘io sono disposto a pagare di più rispetto ad altri servizi, ma voglio avere la comodità di arrivare proprio sotto casa, di andare direttamente al ristorante o in stazione’. Poi, aggiungo, è molto interessante valutare la stagionalità nei territori: in alcune aree del nostro Paese, a forte vocazione turistica, per un determinato periodo dell’anno è richiesto uno sforzo maggiore. E qui ci possiamo inserire benissimo».
Come le recenti Olimpiadi a Milano.
«Esatto. E, per andare indietro nel tempo, quelle di Atene, dove anziché costruire nuovi alberghi o ristrutturare quelli già esistenti, hanno portato le navi da crociera per rispondere alla domanda di alloggi. Tornando a Milano-Cortina, abbiamo avuto un’alta richiesta durante i Giochi, anche internazionale: non solo turisti e spettatori, ma anche familiari degli atleti».

Ma a livello di prezzo, perché qui l’elefante nella stanza è il mondo dei taxi e degli Ncc, come siete posizionati?
«Essendo un tragitto in condivisione, dove c’è una deviazione per andare a prelevare altri utenti, il pagare meno significa anche condivisione del tragitto con altri utenti, rendendolo sostenibile. Venendo al prezzo, da un punto di vista chilometrico, in confronto a un servizio tradizionale si paga il 20-40 per cento in meno, in base alla fascia d’orario, alla distanza e al numero di persone che salgono a bordo dal punto A al punto B».
A un anno e mezzo dal ‘la’, che numeri avete messo in cascina? Download dell’app, utenti fidelizzati e di ritorno. E, aggiungo, il capitolo sicurezza, tema caldissimo nel tpl.
«Aprendo sette giorni su sette, il numero di utenze ricorrente sta aumentando e ad oggi il numero di utenti è arrivato a oltre 75 mila. Per quanto il dato sia variabile di mese in mese, il nostro cliente medio è prevalentemente un under 35 donna: il sesso femminile rappresenta il 65 per cento dei nostri utenti. E proprio qui si innesta il tema della sicurezza. Chi sale a bordo di un nostro van sa che fa parte di una comunità di persone iscritte al medesimo servizio e che ha scelto di viaggiare in modo sostenibile e socievole. Sale a bordo solo chi ha prenotato il viaggio – altrimenti il nostro autista non apre la porta – e chi, appunto, è registrato, con tutti i dati sensibili del caso. E questo, ovviamente, disincentiva comportamenti inadeguati»
Cosa che purtroppo è quotidiana a bordo dei mezzi pubblici e che disincentiva ulteriormente chi vuole intraprendere la carriera di conducente. A tal proposito, vista la carenza cronica di personale, voi avete trovate difficoltà a reperirlo?
«All’inizio sì, non lo voglio nascondere. Poi quando il progetto è partito, passo dopo passo, la strada si è fatta in discesa e per le ultime assunzioni di autisti abbiamo ricevuto moltissime candidature: adesso abbiamo 10 autisti e presto saranno 12. Rispetto a chi fa lunga percorrenza o tpl, abbiamo il vantaggio degli orari: certo, lavorare dalle 18 alle 3 non è per tutti, ma il fondamentale equilibrio lavoro-vita privata è garantito. Non siamo perfetti, facciamo i nostri errori come è normale che sia, ma ci vogliamo assicurare che il servizio e la squadra funzionino al meglio. E ci impegniamo per creare un team il più possibile coeso».
Per chiudere, una domanda ‘sfidante’: aprirete prima in un’altra città d’Italia o espanderete ulteriormente il servizio su Milano anche in altri orari?
«Sinceramente, non ho una risposta! Il consolidamento dentro una città è sicuramente più facile dal punto di vista di gestione operativa, al contempo non è detto che sia la soluzione vincente. Posso dire che il pensiero a lavorare nel mondo b2b, mettendo al servizio delle aziende i nostri minibus è più di un pensiero, così come le richieste da parte di altre città di aprire il servizio serale, oppure il collegamento tra aree extraurbane e cittadine. Insomma, vedremo!»
Fabio Franchini











