di Gianluca Celentano, conducente bus

Il racconto si basa sulle testimonianze di chi ci ha preceduto in questa professione e, tra noi, c’è sicuramente chi ha avuto come istruttore un autista della “vecchia scuola”

Guida a destra

È l’inverno del ‘95, fa freddo, c’è buio e nebbia e arrivo in rimessa all’alba. Nella saletta autisti ci prendiamo un caffè, un momento per socializzare prima di prendere servizio. Sui parabrezza dei bus si è formata la brina quindi è necessario stringere i tempi per poter scaldare i motori e sbrinare i cristalli. Un collega anziano di cui mi sfugge il nome racconta: “Quando ho iniziato all’ingresso del deposito c’era un sacco con del sale polverizzato. Con la mano ne prendevamo una manciata e, prima del caffè, lo lanciavamo sul parabrezza per sgelarlo”. Salsedine a parte, la testimonianza è significativa e non può non farci apprezzare il progresso tecnologico.

Il bus in questione era un urbano Fiat 411 verdone con cambio semi automatico (frizione più convertitore) e guida a destra. Infatti fino alla fine degli anni ’60 il Codice della Strada prevedeva che autobus e mezzi pesanti avessero la guida a destra. Le strade erano più strette e la guida a destra consentiva di accostare con più sicurezza al margine della carreggiata. Specchietti, finestrini e parabrezza non avevano ancora le micro resistenze per lo sbrinamento e il getto degli aeratori si disperdeva. Da bambino, quando prendevo un bus, stavo sempre davanti per vedere come guidava l’autista, poi se pioveva ero reclutato dal conducente per eliminare l’appannamento dei finestrini con uno straccio in dotazione. Chissà, forse quel collega era colui che, anni dopo, mi raccontò del sale sui vetri.

Le storiche (ma anche attuali) regole

Oggi con le batterie di maggior amperaggio accendiamo il bus un po’ come la nostra automobile, ma gli anziani erano fiscali su alcuni passaggi prudenziali ed essenziali. Innanzitutto l’accensione, cioè la fase più traumatica per l’impianto elettrico, doveva avvenire con tutte le luci e sistemi spenti e, anche per l’accensione dell’aria condizionata c’era un regola. I primi compressori non avevano un innesto graduale quindi era fondamentale avere il motore al minimo prima di agire su i due interruttori dell’aria. A lungo andare l’attrito del compressore poteva strappare le cinghie, un problema più sentito da chi faceva noleggio. Anche in velocità la tramandata regola per l’accensione prevedeva di schiacciare la frizione per portare al minimo il motore, solo dopo doveva avvenire la connessione del sistema.

La rispettosa signora

Gli specchietti erano di piccole dimensioni, ma comunque ben visibili, i più piccoli con cui ho avuto a che fare sono quelli del Fiat 421A nel 1995. C’era soprattutto meno traffico e stress e più comprensione per il mestiere. L’espressione “il lavoro nobilita l’uomo” aveva un senso anche per i passeggeri e gli automobilisti, ossia: chi lavora va rispettato.

Sempre nel corso degli anni 90 sulla mia linea urbana, ricordo un’elegante e anziana signora con cappellino nero e veletta che, per avere un’informazione, si rivolse a me dicendo: mi scusi cavaliere. Sulla mia linea i colleghi raccontavano che c’era un’anziana e premurosa signora che distribuiva caramelle agli autisti, chissà se era la stessa persona…

Una qualifica non per tutti

Dopo il secondo conflitto mondiale la professione di autista di bus era considerata un’apprezzata specializzazione ed è rimasta tale fino agli anni ‘80, periodo di grande crescita nazionale e di molte opportunità. Chi sceglieva questa professione lo faceva sia per passione, sia per un rispettabile stipendio. Molti si sono avvicinati a questo tipo di lavoro durante il servizio militare, altri per vocazione conseguendo le patenti necessarie. Il declino si è registrato a mio parere più avanti, negli anni 90. Per alcuni la professione ha cominciato a essere considerata un valido ripiego o un punto di arrivo nelle super garantite municipalizzate. Il settore si è diviso fra gli appassionati e coloro che molti colleghi chiamano i giravolanti. Una diversità di atteggiamento che spiega come gli stessi conducenti tra di loro si chiamino con differenti soprannomi tipo: urbani, tranvieri, cocchieri, autisti.

Oggi fra le mille problematiche non risolte e una percepibile rassegnazione generale che dovrebbe far riflettere, le cose sono per fortuna diverse anche per merito della CQC. I moderni autobus possiedono dei parametri di utilizzo simili a quelli delle autovetture ed esiste più comprensione e solidarietà fra i conducenti. Forse torna la passione, ma a far la differenza non è più l’azienda per la quale lavori, ma quello che fai, come lo fai e quanto realizzi.

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