Dalle testimonianze raccolte negli ultimi anni emerge un quadro chiaro, quello dove il settore del gran turismo è sempre stato percepito come un mestiere duro ma capace di restituire libertà e soddisfazione. Chilometri macinati sulle strade, trasferte prolungate, responsabilità, orari variabili e spesso gravosi rappresentano ancora oggi la parte più impegnativa del lavoro. In cambio c’è quel senso di indipendenza che solo un viaggio sempre diverso può offrire anche se i malumori non sono pochi. Anche le restrizioni dei parcheggi bus – vedi Milano – sono un problema.

Ogni destinazione porta con sé paesaggi nuovi, passeggeri con storie differenti e la sensazione di guidare non un mezzo qualsiasi, ma “la propria macchina”. Non è raro che alcuni autisti arrivino a dare un nome al pullman, trattandolo come un fedele alleato da curare con attenzione.

Il fascino della strada, però, ha un prezzo. Gli stipendi non sempre sono proporzionati alle responsabilità, soprattutto nelle piccole aziende di autoservizi, e le giornate restano lunghe e difficili da conciliare con la vita privata. A questo si aggiungono guasti improvvisi, deviazioni obbligate e cronotachigrafi inflessibili, situazioni che l’autista deve spesso giustificare a passeggeri poco pazienti, talvolta persino aggressivi. Una fatica che unisce dimensione fisica e mentale e che ancora oggi distingue questo settore dal trasporto pubblico locale.

Tpl: stabilità e (in)sicurezza, ma con tanta monotonia

Il trasporto pubblico locale racconta invece un’altra realtà. Qui prevalgono stabilità contrattuale e una maggiore regolarità della vita lavorativa. Turni programmati, talvolta ridotti a mezza giornata, mensa aziendale a prezzi accessibili (dove prevista), stipendi puntuali e una pianificazione più chiara garantiscono certezze che nel noleggio mancano.

Non mancano però le ombre. Ferie e permessi restano un terreno di attrito e, se da un lato la stabilità dà sicurezza, dall’altro introduce quella che molti definiscono monotonia: stessi percorsi, stessi orari, stesse persone. Una routine che qualcuno paragona alla vita di caserma.

Il contatto quotidiano con il pubblico rappresenta una sfida costante. Sul bus può salire chiunque: dal pendolare modello al passeggero problematico, rumoroso o aggressivo. La cronaca riporta spesso episodi di violenza, e in quei momenti l’autista diventa il capro espiatorio di tensioni sociali più ampie. Alcuni conducenti scelgono di ignorare e tirare dritto, ma non sempre basta. Le aziende che riescono a bilanciare il Tpl con un po’ di noleggio spesso rivolto a una clientela più selezionata sembrano offrire un equilibrio migliore.

Rapporti tra colleghi: più unione nel turismo

Anche il rapporto tra colleghi cambia. Nel Tpl i legami sono più ampi per i numeri di autisti, ma anche più dispersivi. Nel noleggio, invece, viaggi, soste e notti in hotel condivise rafforzano i rapporti, creando un senso di solidarietà più marcato. Oggi i cellulari hanno reso tutti più individualisti, ma il turismo conserva ancora relazioni più durature, ancora di più nel mondo dei camionisti.

Cosa possono fare le aziende?

Se la questione economica resta centrale, altrettanto importante è la motivazione. Le necessità delle persone sono cambiate e questo riguarda tutto il mondo del lavoro. Una possibile strada è la cosiddetta “promiscuità dei servizi”: alternare periodi di linea urbana a brevi noleggi o servizi speciali. Spezzare la routine significa dare nuove opportunità e valorizzare il personale; aspetto  discusso ma nella pratica si vede poco.

Molti autisti segnalano infatti che la monotonia è il problema più sentito nel tpl. Nel frattempo cala l’interesse per i tradizionali dopolavoro o i CRAL, un tempo molto frequentati, oggi sostituiti da hobby individuali o incontri tra piccoli gruppi di colleghi. Più attenzione riscuotono invece le attività di volontariato, soprattutto in ambito di protezione civile e soccorso alla persona. Alcuni conducenti ritengono che sarebbe stimolante se fosse la stessa azienda a promuovere o coordinare iniziative umanitarie e logistiche, creando così una “variante” e al tempo stesso un senso di appartenenza più motivante.

Tra i nuovi conducenti del tpl reclutati e formati attraverso le “academy” aziendali, non pochi arrivano dalla ristorazione da quanto mi raccontano alcuni sindacalisti; un passaggio motivato anche dal differenziale retributivo e dalla prospettiva di maggiore stabilità. Diverse aziende di trasporto hanno attivato percorsi strutturati per chi proviene da altri mestieri (anche senza patente D). Il fenomeno merita attenzione; si tratta di uno spostamento di forza lavoro dal terziario “classico” ai servizi di mobilità, spinto da carenze croniche di autisti, un’offerta formativa che abbassa le barriere ma non è certa di inculcarne la motivazione e la permanenza nella società che li ha formati.

di Gianluca Celentano

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