Era il 28 luglio del 2013 quando un autobus turistico precipitò dal viadotto Acqualonga dell’autostrada A16: nell’incidente persero la vita 40 persone. Uno degli incidenti stradali più gravi mai verificatisi in Italia, causato sia da un guasto dell’impianto frenante, sia dalla mancata resistenza del guardrail lungo la carreggiata.

Strage dell’Acqualonga, il processo e la sentenza

Un lungo iter giudiziario, con perizie e controperizie che mise sotto accusa, la società Autostrade: secondo l’accusa, infatti, il mezzo non precipitò per danni meccanici, bensì per colpa della poca manutenzione del ponte e della sua struttura di sicurezza costituita dai cosiddetti New Jersey. Secondo l’accusa, la strage sarebbe stata evita con una corretta manutenzione.

Dopo sei anni arrivò la sentenza, che assolse l’allora AD di Autostrade Giovanni Castellucci dall’accusa di omicidio colposo plurimo e disastro colposo. Insieme a Castellucci, vennero assoluti anche altri dirigenti e funzionari, mentre arrivarono le condanne per altri imputanti, tra cui il proprietario del mezzo: 12 anni per omicidio colposo plurimo, disastro colposo e falso per la revisione del bus). Dunque seguì l’appello a Napoli del 2023, ora il terzo e ultimo stadio di giudizio.

La sentenza della Cassazione sulla strage di Acqualonga

È arrivata la pronuncia definitiva della Corta di Cassazione, che nelle 254 di motivazioni, ha reso definitive le condanne per l’incidente del 28 luglio 2013, rigettando i ricorsi per 11 imputati, a partire dall’ex AD di Autostrade per l’Italia Giovanni Castellucci “ritenuto responsabile per la mancata inclusione della riqualificazione delle barriere laterali nel piano pluriennale adottato dal Consiglio di Amministrazione della società il 18 dicembre 2008”, come riportato da AvellinoToday.

Dunque, oltre a Castellucci, sono stati condannati in via definitiva Gianluca De Franceschi, Nicola Spadavecchia, Giulio Massimo Fornaci, Michele Renzi, Bruno Gerardi, Paolo Berti, Marco Perna, Gianni Marrone e Riccardo Mollo. Infine, sempre come riportato da AvellinoToday, due le pene riformate e definitive: Antonietta Ceriola, 4 anni di reclusione, e Gennaro Lametta, 9 anni.

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