Ci vuole coraggio? Forse. Ma serve, prima di tutto, onestà. Onestà nel guardare la realtà per quella che è, senza filtri, senza comodità. Per il secondo anno consecutivo, con indipendenza e senso civico, scrivo su una testata di settore un punto di vista che spesso resta ai margini.

Giugno è il mese del Pride, di orgoglio e di autenticità. Ma non dovrebbe essere solo questo. Dovrebbe diventare anche un’occasione – per tutte e tutti – di guardare con occhi nuovi ciò che ogni giorno viviamo: il nostro ambiente di lavoro. Quello degli autisti, dei conducenti, delle persone che portano avanti il Paese. Uno spazio fatto di turni, fatica, servizio… ma anche di silenzi, pregiudizi, invisibilità.

Per anni il mondo degli autisti ha vissuto nell’ombra quando si trattava di inclusione. Si è parlato – giustamente – di turni, sicurezza, ferie. Ma troppo poco di rispetto, parità e diversità. Eppure, proprio in questo settore composto da tantissime donne, l’inclusione dovrebbe essere in cima alla lista delle priorità. Basta poco per ferire: una parola leggera, uno sguardo evitato, un silenzio di troppo per lasciare segni di sfiducia e demotivazione.

Inclusione non è gentilezza, è giustizia

Per fortuna esistono strumenti concreti, uno su tutti è la certificazione SA8000, che non è un semplice bollino da esibire, ma un impegno vero, volontario e profondo. Rilasciata da enti indipendenti alle società che ne fanno richiesta, si basa su principi internazionali come quelli dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Al centro ci sono loro i lavoratori.

Lavorare in un’azienda certificata SA8000 significa avere garanzie. Significa che la tua dignità non è una variabile. Che il tuo orientamento sessuale, la tua identità di genere, le tue idee o le tue origini non possono essere usate contro di te. Significa che il rispetto è un diritto non un favore!

Autista accolto, autista sereno

Non è retorica, è vita vissuta. Un conducente che può essere sé stesso, senza paura, che si sente tutelato, ascoltato, rappresentato… è un conducente che lavora meglio, si ammala meno e guida con più attenzione, più cuore e più serenità. Perché è proprio l’umanità, in chi sta al volante, a fare la differenza.

Il Pride non riguarda solo chi sfila sotto i riflettori delle piazze, riguarda anche chi accende il motore prima dell’alba. Chi affronta il traffico, le corse, le gite e le responsabilità ogni giorno. Riguarda il diritto di ogni persona a sentirsi sé stessa. Ovunque. Anche — e soprattutto — dietro al volante di un autobus.

Quindi, che tu sia al capolinea o alla prima corsa, sappi che non sei solo. Non mi giro dall’altra parte di fronte al disinteresse di chi subisce in silenzio. L’inclusione non è una bandiera da sventolare a giugno, ma una direzione da seguire ogni giorno.

di Gianluca Celentano

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