Nel mio percorso professionale, ho ricoperto diversi ruoli legati al mondo dell’automotive e del trasporto persone, dalla guida alla formazione, fino alla narrazione della vita lavorativa e ancora alla guida. Gli anni sono volati, ma riflettendo su ciò che ho imparato, posso dire che uscire dagli schemi ha avuto un fascino particolare e qualche rischio. È proprio grazie a questa condizione che ho avuto modo di sperimentare me stesso in vari contesti: da lavoratore ligio a ribelle in cerca di spiegazioni, spesso di fronte a schemi privi di una logica apparente o, peggio, a risposte senza senso.

Qualcuno mi ha voluto molto bene, altri meno. Alcuni mi ricordano con affetto, ma una cosa è certa: ho visto da vicino le usanze ufficiose, quelle che non trapelano al pubblico, infrangendo ipocrisie e, forse (e spero), contribuendo a un cambiamento. Ho compreso anche i motivi di certe scelte apparentemente cervellotiche, ma che hanno una loro logica. Ecco perché la critica, per essere autentica, deve tener conto anche di questi aspetti, risultando magari meno aspra, ma comunque onesta. Non è stato un percorso facile e spessissimo sei solo e isolato, ma è stato certamente autentico. Un po’ come “metterci la faccia”, una caratteristica che, purtroppo, in Italia non sempre viene apprezzata come dovrebbe.

La necessità di un cambiamento

Eppure, un aspetto fondamentale è emerso in modo chiaro: il settore non deve solo adattarsi alle nuove esigenze del mercato, ma deve anche riconoscere che il cambiamento è necessario per rimanere competitivo.

Il mestiere di autista è spesso visto come statico, poco stimolante e privo di dinamicità, rendendo difficile attirare le nuove generazioni, più eclettiche e orientate verso professioni che offrano stimoli continui e opportunità di crescita personale. Tuttavia, il settore dei bus ha ancora molto da offrire, e forse è giunto il momento di rivedere la definizione stessa di stabilità.

La sfida per attrarre i giovani

In effetti, la mentalità attuale sembra basarsi su modelli rigidi: il lavoratore che si alza, svolge il proprio turno da automa, senza spazio per l’iniziativa o la crescita, per poi tornare a casa e godersi la sua libertà quando riesce. Ma è davvero questo ciò che un giovane cerca oggi? La risposta, probabilmente, è no. La generazione di oggi ha una mentalità diversa, più aperta alla flessibilità, alla mobilità e all’autonomia, e non è più disposta ad adattarsi a schemi che non rispecchiano le proprie aspirazioni. È qui che emerge la vera sfida: come rendere il mestiere di autista appetibile per le nuove generazioni?

Modelli innovativi:

Alcune aziende lungimiranti hanno iniziato a rispondere a questa domanda uscendo dagli schemi tradizionali: hanno compreso che la stabilità non deve per forza significare rigidità. Offrire flessibilità, ma con regole chiare, diventa la chiave per attrarre i giovani. Non si tratta solo di un vantaggio per il lavoratore, ma di un cambiamento strutturale che fa crescere la stessa società.

Rinnovamento della mentalità:

Il punto cruciale è dunque un rinnovo della mentalità da orientare verso la versatilità. Se ci limitiamo a due modelli preimpostati – quello rigido, dove gli autisti sono visti come meri esecutori di turni o viaggi senza spazio per l’iniziativa, e quello in cui non si offre alcuna possibilità di crescita – non riusciremo a creare un sistema che soddisfi le esigenze dei giovani di oggi. Servono modelli che puntino a valorizzare il personale, che diano la possibilità di crescere professionalmente e che, soprattutto, incentivino il lavoro come qualcosa di più di una semplice routine.

Il ruolo dell’autista nel contesto societario

Ad esempio, avendo avuto esperienza anche nell’ambiente militare recente, un giovane capitano con cui discutevo su com’era l’esercito degli anni ’80/90 mi raccontava che, con la professionalizzazione del comparto militare, oggi molti degli accordi in Prefettura per attività istituzionali sono gestiti anche dai cosiddetti “graduati di truppa” in servizio permanente, e non solo da ufficiali o sottufficiali. Questo mi ha fatto riflettere su una questione interessante: l’autista, pur essendo un professionista, è ancora troppo distante dal poter ricoprire ruoli e avere margini di interazione significativi con la propria società?

di Cristian Guidi

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