di Gianluca Celentano, conducente bus

George Bernard Shaw, con un celebre aforisma, sosteneva che “non si smette di giocare perché si invecchia, si invecchia perché si smette di giocare”. Questo principio solleva una domanda: per molti di noi, il “gioco” rappresenta un piacere o un dovere dettato dall’abitudine? Guidare non è un gioco, ma una responsabilità seria. Tuttavia, indipendentemente dalle vostre scelte, il giorno della pensione arriva inevitabilmente per tutti, proprio come le domande che ci faremo quella mattina, quando la sveglia non suonerà più alla stessa ora.

L’equilibrio arriva solo verso la fine?

Già qualche anno prima di andare in pensione, all’interno della società di autoservizi, ci trasformiamo un po’ in “capetti”: conosciamo tutto e diventiamo un punto di riferimento anche per i più giovani. In molte aziende i colleghi dell’amministrazione cominciano a trattarci con toni più disponibili e comprensivi. Il “potresti” sostituisce il “devi”, e magari ti chiedi perché questo cambiamento non sia avvenuto sin dall’inizio.

Una seconda vita al volante

Durante i miei lunghi anni nel tpl, ho visto centinaia di colleghi timbrare per l’ultima volta la cedola di servizio, attraversare la porta carraia e sparire. Uno di loro, abbastanza taciturno, esclamò: “È finita!. Un po’ come a militare.

Ho ritrovato alcuni di quei colleghi sui bus turistici dopo la pensione. Ricordo che, quando lavoravano sulla linea, facevano anche due turni e mezzo al giorno: un’enormità di ore e, a quanto raccontano, sono stati ricompensati con un’eccellente pensione. Nei primi anni ’90, i pensionati rappresentavano un ostacolo per i giovani che cercavano di inserirsi nel mondo del lavoro sui bus; le società davano più importanza all’esperienza che alla formazione di nuove leve, e così i giovani erano spesso tagliati fuori. Ricordo ancora l’elenco delle aziende che respingevano i giovani; alcune di esse, oggi, non esistono neppure più.

Facendo due passi sul piazzale dei ricordi incontro Vito, che prima di lavorare nel tpl era operaio alla Mirafiori e poi camionista. Anche Sergio ha una lunga esperienza nel tpl, interrotta per lavorare con i vettori privati, mentre Celestino, dopo essere stato meccanico, ha lavorato una vita come conducente di linea nel tpl. Ho incontrato questi colleghi due volte nella mia carriera e due volte ho assistito alla fine della loro esperienza lavorativa. Nel secondo caso non è stata la pensione a fermarli, ma l’irrevocabile scadenza della patente D. Come molti altri, speravano in qualche deroga dopo i 68 anni, considerando che ai test in commissione medica risultavano ancora “giovanotti”.

Sergio è anche un artista: suona il pianoforte e fa alcune serate. Celestino, invece, è diventato nonno a tempo pieno. Vito, infine, sta esplorando nuove opportunità nel settore della logistica, nei camion o come noleggiatore.

Pensione e legami tra colleghi

Durante i periodi più floridi della nostra vita lavorativa, raramente pensiamo alla pensione. Ci incontriamo in rimessa, scambiando opinioni, battute o consigli, e sviluppiamo inevitabilmente simpatie o antipatie verso i colleghi. È verso i 50 anni – credo – che la nostra mente inizia a rivolgersi seriamente al pensiero della pensione.

Il giorno dei saluti rappresenta spesso un addio vissuto con una certa silenziosa freddezza; per molti è una liberazione, mentre per altri è un momento di riflessione, soprattutto nei confronti di chi ha ottenuto quella carriera che noi speravamo.

Il legame e la solidarietà tra colleghi sembrano spesso dettati più dalla circostanza e dalla convenienza che da un autentico affetto. Poche sono le amicizie che sopravvivono alla pensione, o forse, i veri amici sul lavoro sono davvero pochi. C’è persino chi sostiene che non esistano affatto. Le aziende più grandi, con un passato pubblico, forse mantengono ancora un certo legame con “gli anziani”, ma oggi sembra essere rimasto ben poco di quella tradizione.

Autovalorizzarsi

L’addio al volante segna un momento inevitabilmente triste, ma anche fisiologico, accompagnato dalle garanzie costruite durante la vita lavorativa. La mancanza di interessi può spegnere una persona e renderla più dipendente dagli altri. Per questo è essenziale sviluppare hobby e occupare il proprio tempo in modo da mantenere viva la curiosità e l’individualità. Come affermava George Bernard Shaw, questo processo rappresenta metaforicamente un gioco: uno spazio mentale attivo che dobbiamo cercare di mantenere il più a lungo possibile.

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