Il mondo del lavoro cambia, e con esso anche il trasporto pubblico e il noleggio. Se un tempo a guidare gli autobus erano soprattutto “figli d’arte” – spesso passati dal camion al bus –, oggi al volante arrivano conducenti con percorsi professionali lontanissimi dalla guida, talvolta persino dalla ristorazione. C’è chi lo fa per curiosità o per necessità, e chi finisce per appassionarsi e restare.
Una metamorfosi che riflette l’evoluzione sociale, economica e culturale degli ultimi decenni, in primis la globalizzazione, il mutamento delle priorità e la crisi di settori un tempo stabili spingono sempre più persone a reinventarsi. Tra curiosità e nostalgia per il passato, queste storie raccontano come il Tpl stia diventando un terreno di rinascita per chi sceglie di rimettersi in gioco. 

Incontro Tomas (nome di fantasia), 53 anni, un autista italiano con pochi mesi di esperienza sul volante, ma con un passato sorprendente. Simpatico, di buona cultura e con uno sguardo lucido sul presente, accetta di raccontarsi.

“Mi sono reinventato più volte”

Tomas, la tua storia è davvero particolare. Da dove comincia?
Nasco come odontotecnico. Poi, con il nuovo millennio, tutto è cambiato. Gli studi dentistici tradizionali hanno cominciato a chiudere, sostituiti dai centri low cost che ormai si trovano in ogni città. Così, vedendo un futuro poco rassicurante, ho deciso di cambiare completamente strada.

E in che direzione ti sei mosso?
Ho trasformato un hobby in un lavoro: il nuoto. Mi sono trasferito per tredici anni nel Sultanato del Brunei, nel Borneo malese. Un’esperienza insolita ma bellissima. Lavoravo per una multinazionale del petrolio, tenendo corsi di nuoto per la loro scuola di formazione.

Quindi avevi qualifiche specifiche?
Sì, mi hanno inviato in Australia, dove ho conseguito le certificazioni AUSTSWIM Teacher of Babies and Toddlers (TBT) e Teacher of Swimming and Water Safety (TSW).

Immagino tu parli un ottimo inglese.
Sì, infatti mi capita di usarlo anche sul bus. Qualche giorno fa ho aiutato due ragazze tedesche che non parlavano una parola d’italiano. Sono piccoli episodi che ti fanno sentire utile.

Da istruttore di nuoto ad autista, un salto notevole.
Vero! Dopo il rientro in Italia per problemi familiari, ho partecipato e superato un concorso nelle Poste, anche il test con la moto, ma i tempi d’attesa e la precarietà mi hanno fatto guardare altrove. Nel trasporto pubblico, invece, ho approfittato delle accademie formative. Tutto è stato più diretto: selezione, formazione e patente con autoscuola, azienda e deposito. All’inizio è stata dura imparare linee e percorsi, ma ce l’ho fatta.

E l’ambiente?
Sorprendentemente positivo. Mi trovo bene. C’è più genuinità tra gli autisti che in ambienti più “agiati e risoluti”. Qui ci si aiuta davvero: durante le pause o i cambi linea arrivano sempre (anche troppi) consigli, battute, solidarietà. È un ambiente più umano, e lo trovo salutare.

Cosa diresti a chi sta pensando di cambiare mestiere?
Di provarci, senza paura. Se ce l’ho fatta io a 53 anni, può farcela chiunque. Serve solo volontà e curiosità.

E il Tpl come lo vedi?
È un servizio utile, e lo sarà sempre di più. Certo, ci sono aspetti che vanno per forza migliorati: l’organizzazione, la logica delle linee e tanti piccoli dettagli che si capiscono solo vivendoli ogni giorno. Ma resta un lavoro concreto, socialmente importante e pieno di dignità. 

La storia di Tomas racconta un’Italia che cambia, ma non rinuncia alla propria voglia di fare, spesso anche per necessità. È alla sua prima esperienza nel trasporto pubblico, e sarebbe ingiusto pensare che le sue valutazioni restino sempre le stesse: con il tempo e l’esperienza, tutto matura. Ed è forse proprio qui che il Tpl (e non solo) dovrebbe interrogarsi e migliorare, se davvero vuole arrestare l’emorragia di conducenti. Dal laboratorio odontotecnico alle spiagge del Brunei, fino al sedile di guida di un autobus, il filo conduttore resta lo stesso: la capacità di reinventarsi e di trovare valore anche in mestieri che la società, troppo spesso, dà per scontati o sminuisce.
Certo, più di un autista “anziano” potrà dire che a cinquant’anni passati non si può “mettere in mano” un autobus senza una predisposizione naturale. Ma la vera novità – e forse la più salutare – è una mentalità più fluida, meno ancorata a schemi ormai superati.

Uomini e donne che arrivano da altri mondi professionali portano con sé disciplina, curiosità e un approccio più obiettivo. Rispettano regole e procedure, ma sanno anche dire di no quando qualcosa non torna. Sono privi di quella “malizia” che, più che comoda, a volte diventa un limite — o peggio, un boomerang.  Forse è proprio questa genuinità, unita a un diverso modo di guardare al lavoro, che può dare nuova linfa al mestiere del trasporto pubblico: una professione che, oggi più che mai, ha bisogno di persone capaci di unire esperienza, umanità e coraggio di cambiare.

di Gianluca Celentano

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