Il tema della sicurezza sui bus è sempre al centro del dibattito, e sono ancora vive nella memoria le immagini di marzo, quando un conducente di autobus a noleggio di Gubbio è stato preso a pugni da un diciannovenne che pretendeva di scendere a Cagli per sua comodità. Non si tratta di un’emergenza sporadica – come confermano episodi simili nel trasporto pubblico locale – ma di una questione strutturale, che impone riflessioni e investimenti, tanto culturali quanto tecnici e progettuali.

È però doveroso, anche deontologicamente, sottolineare che tali episodi non rappresentano la norma. Spesso si inseriscono in un’escalation di tensioni mal gestite, in cui l’equilibrio emotivo del conducente – ovvero la capacità di mantenere la calma – resta uno degli strumenti più efficaci (ed economici) per disinnescare i conflitti. Ma non è facile, a volte è addirittura impossibile.

Scetticismo e soluzioni

Per prevenire queste situazioni, cresce l’interesse verso soluzioni concrete come le bodycam, attualmente oggetto di sperimentazione in alcune realtà del tpl. Una misura che ha acceso il dibattito anche tra gli operatori del settore, come dimostrano i commenti emersi sui social del giornale, a partire da quelli di due lettori: Baldo Incammicia e Luca Baldassarri.

Non hanno paura delle telecamere a bordo, figuriamoci delle bodycam, osserva Incammicia con ironia. Un commento che riflette il senso di impotenza di molti lavoratori, consapevoli che le telecamere, pur essendo utili nelle indagini successive, non riescono a fermare sul momento chi ha intenzioni violente. La tecnologia, da sola, non basta: deve essere accompagnata da protocolli chiari, tempi di intervento rapidi e, soprattutto, da un cambiamento culturale che riporti al centro il rispetto per il lavoro di chi guida.

Un altro spunto interessante arriva da Baldassarri, in collegamento dalla Repubblica Dominicana: “Guido autobus GT e ho notato che qui, nei veicoli che fanno servizio tra aeroporti e villaggi o per escursioni, c’è una cabina separata con tanto di porta. Perché non lo facciamo anche da noi?”.

Una proposta tutt’altro che trascurabile, visto che in diverse nazioni la cabina chiusa è già uno standard nella progettazione dei mezzi HDH e Double Decker. Una soluzione semplice ed efficace, che protegge fisicamente il conducente, riducendo i rischi nell’attesa dell’intervento delle forze dell’ordine, quando necessario.

TPL e noleggio

In Italia, invece, l’adozione di cabine isolate è ancora rara, soprattutto nel settore del noleggio. Comporta interventi progettuali complessi e, spesso, di soluzioni semi-protettive con l’impiego di semplici separé che vanno comunque integrati con attenzione all’interno dell’ergonomia del posto guida, senza compromettere i movimenti e la visibilità (anche con i riflessi di luce) del conducente. Tuttavia, è il tpl – più del noleggio – a essere maggiormente esposto ad aggressioni e vandalismi. Per arrivare a soluzioni strutturali servono ancora una volta fondi mirati. È un dibattito aperto, che spazia dalla videosorveglianza ai dispositivi fisici di protezione, fino alla formazione specifica del personale. La sicurezza deve essere affrontata in modo sistemico e non frammentario o fazioso. Forse è arrivato il momento di chiedersi se non valga la pena sperimentare anche in Italia soluzioni come quelle segnalate da Luca Baldassarri. Una cosa è certa: lavorare nei servizi pubblici, o comunque a contatto con l’utenza, richiede non solo competenze tecniche, ma anche una notevole resistenza psicologica e una spiccata intelligenza emotiva. Anche perché la dignità di chi guida non è un lusso ma un diritto.

di Gianluca Celentano

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