Buche, tombini e infrastrutture: non si usura solo il mezzo, ma anche l’autista…
Le strade urbane non sono autostrade e, oltre alla prudenza che non è mai troppa, autobus e conducenti si confrontano ogni giorno con buche, tombini e irregolarità del fondo stradale. Sollecitazioni che, nel tempo, possono pesare sul fisico e mettere sotto stress anche la struttura del mezzo. Vibrazioni continue si ripercuotono infatti su componenti interne, […]
Le strade urbane non sono autostrade e, oltre alla prudenza che non è mai troppa, autobus e conducenti si confrontano ogni giorno con buche, tombini e irregolarità del fondo stradale. Sollecitazioni che, nel tempo, possono pesare sul fisico e mettere sotto stress anche la struttura del mezzo. Vibrazioni continue si ripercuotono infatti su componenti interne, accoppiamenti, sportelli, porte e parti meccaniche. I costi, alla fine, ricadono su aziende e società chiamate a gestire conseguenze che spesso nascono altrove. Considerando inoltre che, secondo dati e stime di esercizio del settore, un autobus Tpl può percorrere fino a circa 100 mila chilometri l’anno, mentre un autobus turistico può superare tale valore e arrivare, negli impieghi più intensivi, anche vicino ai 200 mila chilometri annui.
Soluzioni?
La soluzione migliore sarebbe avere strade mantenute e rifatte con continuità, ma nella realtà quotidiana esiste anche una piccola e semplice regola di sopravvivenza che molti autisti conoscono bene: evitare le buche quando possibile. Non è affatto semplice, perché spesso queste irregolarità – a volte veri e propri crateri – si trovano proprio nella corsia di marcia, con spazi ridotti, auto parcheggiate o linee continue che limitano i margini di manovra. Qui entrano in gioco esperienza e buonsenso.
Talvolta si cerca di impostare una traiettoria leggermente diversa per limitare i colpi più violenti sull’asse anteriore – ma i sobbalzi si sentono, eccome se si sentono – sacrificando, quando possibile, l’asse posteriore per rendere meno brusco l’impatto iniziale. Ecco anche perché, a volte, si vedono autobus procedere leggermente più centrali nella carreggiata. Non significa necessariamente che l’autista stia guidando male, come qualcuno può pensare frettolosamente, ma spesso è un modo per proteggere il proprio fisico e preservare l’integrità del mezzo. Vibrazioni e sollecitazioni continue, nel tempo, possono trasformarsi in usura, rumorosità, guasti e costi di manutenzione che inevitabilmente ricadono sul sistema.
Addirittura, quando si passa molto vicini a un ostacolo laterale, una buca può provocare un’improvvisa inclinazione del bus, con il rischio che la parte superiore del mezzo si avvicini pericolosamente a ciò che si trova a fianco. Sul tema buche, qualcuno racconta che anni fa, quando a bordo c’era ancora il bigliettaio, il suo sedile fosse soprannominato “tronetto” e, anche allora, tra autista e collega, si cercava la giusta intesa per evitare sobbalzi inutili. Una piccola strategia di strada che, in fondo, esiste da sempre.
Guidare un bus significa anche pensare prima
Chi guida un bus sa molto bene che non esistono sterzate casuali e, anche nella marcia rettilinea, ogni ostacolo va previsto con largo anticipo. Più la guida resta lineare, meno problemi e imprevisti si incontrano. Arrivare troppo “sotto” a un ostacolo significa dover sterzare maggiormente e questo si traduce in un maggiore scodamento del mezzo (sempre che ci sia lo spazio necessario), in un allungamento della traiettoria per deviare (spazio permettendo) e poi nel successivo riallineamento. E tutto questo per evitare magari una buca, un tombino o un ostacolo improvviso.
Chi osserva da fuori ( e suona il clacson) può non percepire che dietro certe manovre esistono valutazioni tecniche che l’autista compie in pochi istanti. Addirittura, con un rimorchio, un bilico o un autosnodato, la regola nelle svolte è pressoché identica: cercare, quando possibile, di “aprirsi” prima per entrare nella curva il più dritti possibile. Ad aggiungersi alle tante incognite della guida odierna, dove spesso le auto si infilano ovunque riducendo gli spazi di manovra, ci sono pali, paletti e segnaletica posizionati in punti critici che non sempre sembrano tenere conto del passaggio di mezzi pesanti. La battuta – ma fino a un certo punto – sarebbe quella di chiedere, con la giusta umiltà, anche il parere di qualche azienda Tpl o di chi guida quotidianamente questi mezzi prima di installare determinate soluzioni. Perché ciò che sulla carta appare semplice, nella realtà può trasformarsi in un vero e proprio punto di incaglio.
L’usura invisibile che nessuno vede
Insomma, buche, tombini e continui sobbalzi non hanno effetti soltanto sul mezzo, ma anche – seppur indirettamente – su chi si trova ogni giorno al volante. Sono piccoli fattori che, sommati per ore e per anni, possono contribuire ad aumentare fatica e stress. Un termine che grazie a questo giornale abbiamo imparato a raccontare senza pregiudizi, perché per troppo tempo è stato interpretato quasi come sinonimo di debolezza o incapacità professionale. Oggi sappiamo che non è così. Riconoscere queste condizioni non significa giustificare qualcosa, ma comprendere meglio una realtà che esiste e che fa parte del lavoro quotidiano di migliaia di conducenti.
di Gianluca Celentano
