di Gianluca Celentano

Ci sono problemi che non finiscono quasi mai e che accompagnano ogni giorno il lavoro di migliaia di conducenti: uno di questi è il rumore a bordo. Telefonate in viva voce, video riprodotti senza auricolari, musica ad alto volume, messaggi vocali ascoltati in pubblico… situazioni apparentemente banali che però, soprattutto durante turni di molte ore, finiscono per incidere sul comfort dei passeggeri e soprattutto sulla concentrazione di chi guida.

La realtà è che il disturbo non ha età, nazionalità o categoria sociale. Tuttavia, molti conducenti segnalano come alcuni episodi più evidenti di schiamazzi, telefonate in viva voce o musica ad alto volume coinvolgano spesso gruppi di giovani o soggetti provenienti da contesti culturali differenti, talvolta poco abituati alle regole di convivenza generalmente accettate nel trasporto pubblico italiano. Questo non deve trasformarsi in una generalizzazione, perché educazione e maleducazione non hanno passaporto, ma che non può nemmeno essere ignorata se si vuole affrontare il problema in modo realistico e non ipocrita.

Rumore a bordo bus: intervenire o lasciare perdere? 

Forse proprio qui si apre una riflessione interessante. In molte realtà europee il rispetto delle regole di bordo viene ricordato attraverso annunci automatici, campagne informative, personale di controllo e una presenza più visibile dell’azienda sul territorio. In Italia, invece, spesso si lascia che sia il conducente a gestire da solo situazioni che non sempre dovrebbe affrontare, anche perché ormai da diversi lustri, il conducente non è più il “signor autista”, ma una sorta di continuità meccanica del torpedone.

Quindi un messaggio standardizzato condiviso con il personale e diffuso attraverso l’impianto audio, ma anche in tv o al cinema, potrebbe rappresentare una soluzione semplice e capillare. Naturalmente servirebbero anche più controlli e una presenza più costante del personale dedicato alla sicurezza e alla verifica delle regole di viaggio. Non per trasformare l’autobus in una caserma, ma per evitare che il rispetto delle norme ricada esclusivamente sulle spalle di chi è già impegnato a guidare nel traffico.

Forse un Paese che vuole investire davvero nel trasporto pubblico e sul settore turistico dovrebbe investire anche nella qualità della convivenza a bordo, non soltanto nei mezzi e nelle infrastrutture.

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