A Vittorio mancano tre anni per la pensione ed è uno di quei conducenti che, senza dare nell’occhio, sembrano avere sempre una marcia in più e una visione saggia della realtà. Va in bicicletta, coltiva i suoi hobby e affronta la giornata con un’energia che smentisce la sua data di assunzione come autista, avvenuta nel 1990. Mi confida che ha iniziato a lavorare a 16 anni, alle macchine utensili. 

Un settore che cambia 

Negli ultimi anni ha visto cambiare molto il settore del Tpl con più regole, turni più lunghi, carichi di lavoro aumentati e un approccio diverso da parte delle nuove generazioni. Eppure resta uno che vede sempre il bicchiere mezzo pieno. Anche se i tempi sono più stretti e le giornate più intense, Vittorio si adatta. Non protesta, non sbuffa. Accetta e continua a rimettersi in gioco, come ha sempre fatto e come fanno migliaia di suoi colleghi. 

“Autisti si nasce” 

C’è però un tema su cui è più netto. Oggi arrivano molti candidati che fino a ieri facevano tutt’altro mestiere e il fenomeno del job hopping, il salto da un settore all’altro, è ormai comune. Vittorio osserva tutto con curiosità, ma anche con qualche dubbio. “Autisti si nasce, non si diventa” mi dice. La frase può spiazzare. In fondo siamo tutti diventati autisti a un certo punto. Eppure nel suo ragionamento c’è qualcosa che merita attenzione. “Per fare l’autista devi iniziare da giovane, non quando hai superato i quarant’anni”. 

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L’esperienza che conta davvero 

Lo dice senza arroganza e senza voler sminuire nessuno. È un richiamo all’esperienza, quella vera, costruita giorno dopo giorno. La professione ha mille sfumature che non fanno sconti in nessuna tipologia di impiego sui bus. Parcheggiare in spazi stretti, capire al volo la manovra in retromarcia, gestire il mezzo anche dopo il servizio facendo pulizia, rifornimento, controlli e farsi carico delle responsabilità quotidiane. Ci sono abilità che non insegni in poche settimane e che nessun navigatore potrà spiegare.

Autista o operatore?

Nelle sue parole, osservando la quotidianità del Tpl, emerge una distinzione chiara e quasi filosofica. Da una parte c’è l’operatore, che esegue un percorso sempre uguale, quasi fosse su un binario. Dall’altra c’è l’autista, che deve ragionare, prendere decisioni, sentire il mezzo e capirlo. Questa seconda figura è quella che negli anni abbiamo raccontato e valorizzato, e nel Tpl non mancavano certo esempi di questo tipo. È anche quella che oggi, stretta tra salari fermi, regole più complesse e responsabilità crescenti, rischia di sentirsi orfana del mestiere — anche nel noleggio — e finisce per guardarsi intorno chiedendosi dove andare e se abbia senso cambiare lavoro. Lui, pur potendolo fare, non ha mai voluto esplorare altre realtà.

La qualità non nasce dal risparmio 

Vittorio non è nostalgico, è lucido e, nel suo modo semplice di dirlo, ci ricorda una verità ben conosciuta: l’autista non è solo chi guida il bus, è chi gestisce responsabilità, tempi, persone e situazioni. Tutto questo va ben oltre la patente. In questo quadro si inserisce anche un pensiero diffuso tra molti autisti, spesso espresso sottovoce ma condiviso più di quanto si ammetta. In alcune realtà del settore privato persiste la nostalgia per “gli autisti di una volta”, accompagnata però da una minore disponibilità a investire davvero sulla qualità e sulla professionalità.

Nelle piccole aziende capita che solo uno o due conducenti restino per anni, mentre gli altri vanno e vengono. Perché? La risposta è quasi sempre la stessa. È difficile pretendere un servizio impeccabile se il lavoro viene considerato unicamente in termini di risparmio e compressione dei costi. Di conseguenza, in alcuni contesti si tende a cercare qualcuno che “faccia il giro” al costo più basso possibile, più che un professionista preparato. È una dinamica che alla fine penalizza tutti, aziende incluse, perché la qualità non nasce dal risparmio a ogni costo ma dalla capacità di valorizzare chi sta al volante.

di Gianluca Celentano

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