Autisti dall’estero, soluzione o “bomba sociale”? Il rischio è quello di una guerra tra poveri
di Gianluca Celentano Mancano gli autisti e si va all’estero per reclutarne di nuovi. Ma siamo sicuri di aver fatto tutto il possibile per trattenere quelli che già lavorano in Italia? Le principali associazioni datoriali italiane, per esempio, denunciano da tempo la carenza di conducenti e richiamano l’attenzione sulla necessità di maggiori finanziamenti per il […]
di Gianluca Celentano
Mancano gli autisti e si va all’estero per reclutarne di nuovi. Ma siamo sicuri di aver fatto tutto il possibile per trattenere quelli che già lavorano in Italia?
Le principali associazioni datoriali italiane, per esempio, denunciano da tempo la carenza di conducenti e richiamano l’attenzione sulla necessità di maggiori finanziamenti per il trasporto pubblico locale. Un problema reale, che però ne nasconde un altro: quanto è ancora appetibile – anche economicamente – fare l’autista di autobus?
Prima di cercare personale oltreconfine, perché non affrontare seriamente la questione degli stipendi, dei turni spezzati, dei nastri di lavoro troppo lunghi e del tempo sottratto alla vita privata? Perché non discutere di una giornata lavorativa di sei ore e mezza, con turni più regolari, riposi adeguati e retribuzioni realmente competitive? Non si tratta di essere contrari agli autisti stranieri, che meritano esattamente le stesse condizioni e tutele dei colleghi italiani. Si tratta di evitare che il reclutamento diventi una scorciatoia per non affrontare problemi strutturali.
C’è poi un rischio che va ben oltre il trasporto pubblico e potrebbe alimentare profonde divisioni sociali. Reclutare lavoratori da Paesi con salari più bassi e tradizioni sindacali differenti, senza garantire piena conoscenza dei diritti e delle tutele italiane, potrebbe favorire situazioni di disparità e maggiore vulnerabilità contrattuale. Il problema non è la provenienza degli autisti, ma il rischio che qualcuno possa approfittare della loro necessità di lavorare per comprimere salari e condizioni di tutti.
E i sindacati? Le rivendicazioni esistono, come dimostrano anche le recenti denunce sindacali in Lombardia. Ma servono risultati più incisivi, soprattutto sull’organizzazione del lavoro e sulla qualità della vita. Intanto, in Francia, le proteste studentesche contro le carenze del sistema scolastico, estese anche al Belgio e in misura diversa all’Italia, ricordano quanto il disagio possa crescere quando i servizi pubblici perdono risorse e qualità.
Il trasporto pubblico non può vivere soltanto di autobus nuovi, gare e programmi di assunzione, ma bisogno soprattutto di persone motivate e adeguatamente retribuite. Perché il vero problema non è soltanto trovare nuovi autisti, ma smettere di perdere quelli che già abbiamo. Pardon, che avevamo…
