Carenza di conducenti, pensionamenti di massa, stipendi poco attrattivi in un settore, quello dei trasporti, che è in emergenza. Anche sulle pagine di Businessonline, l’allarme è chiaro. Il motore del trasporto italiano sta rallentando, non per mancanza di mezzi, bensì per carenza di personale. A lasciare il bus sono anche conducenti over 50 e il dato deve far riflettere. I numeri parlano chiaro: il fabbisogno di conducenti professionisti – camionisti, autisti di bus e furgonisti – supera le 214.000 unità. Eppure, nel 2024, sono state rilasciate appena 25.854 nuove patenti professionali (C e D); dato ben lontano dal coprire il necessario turnover.

Trasporto persone, un settore a rischio paralisi

La carenza di conducenti è, ormai, strutturale e riguarda trasversalmente logistica, linee, trasporto scolastico e turismo. Le imprese lamentano corse soppresse, servizi ridotti e un’escalation dei costi operativi. Le aree più colpite? Nord Italia e zone turistiche, dove l’assenza di autisti mette seriamente a rischio la stagione estiva.

Le cause?

Oltre il 50% dei conducenti ha più di 50 anni e andrà in pensione entro il prossimo decennio; il ricambio generazionale è debole, frenato da turni estenuanti, responsabilità crescenti e costi di accesso alla professione – fino a 7.000 euro per patente e CQC. Anche l’aspetto economico è un nodo irrisolto: lo stipendio medio per un autista di pullman in Italia è di 1.300–1.600 euro netti al mese; poco competitivo rispetto alla Germania o alla Francia. Il vero problema, però, è anche culturale: le aspirazioni dei giovani sono cambiate e sempre meno persone sono disposte ad abbracciare un lavoro che richiede, prima di tutto, passione e sacrificio.

Possibili soluzioni?

Molte aziende stanno reagendo alla carenza ricorrendo a personale proveniente dall’estero, soprattutto da Paesi extra-UE. Tuttavia, senza un adeguato percorso di integrazione linguistica e professionale, l’inserimento di conducenti non ancora formati secondo gli standard nazionali rischia di trasformarsi in un boomerang. A tal proposito il modello tedesco – dove i conducenti stranieri seguono percorsi di formazione e integrazione prima dell’assunzione – resta un miraggio in Italia. La questione è tanto politica quanto strutturale: servono più fondi e una visione di sistema. In Italia, esistono già strumenti pubblici – dal PNRR ai trasferimenti regionali – che potrebbero essere in parte destinati a migliorare i contratti degli autisti. Con una revisione mirata, si potrebbero introdurre incentivi fiscali alle aziende che investono in lavoro stabile e istituire un fondo nazionale per l’occupazione nei trasporti. Basterebbero circa 250 milioni di euro l’anno per alzare il livello base dei contratti; una cifra sostenibile se confrontata con gli attuali investimenti statali.

Troppa fretta e poca formazione?

Gli episodi di cronaca – tra errori di guida, infrastrutture e incidenti evitabili – lanciano un campanello d’allarme: la corsa a colmare i vuoti rischia di compromettere la qualità e la sicurezza del servizio, sia per i piccoli gestori con una decina di bus, sia per i player maggiori. In Germania, chi si avvicina alla professione o arriva da fuori affronta un percorso formativo completo e rigoroso – anche linguistico – prima di essere affidato alla società, la quale, non si limita solo alla validità della patente. In Italia, invece, troppo spesso basta quella; senza accertare la reale conoscenza del territorio o delle regole locali, a volte cervellotiche anche per gli autisti nostrani. Su richiesta dei gestori, questi potrebbero diventare veri e propri laboratori virtuosi nella formazione, capaci di trasformare i fondi già disponibili – europei, statali e regionali – in strumenti concreti di stabilità e rilancio occupazionale e non solo di mezzi. Una formazione scolastica mirata, un’orientamento professionale e il riconoscimento del ruolo dell’autista come figura chiave del sistema sono gli obiettivi da realizzare subito, se si vuole evitare un declino per il quale è già in corso il conto alla rovescia.

di Gianluca Celentano

Fonti: Businessonline.it, ANFIA, IRU, Ministero delle Infrastrutture e Trasporti, CCNL Logistica 2024 – Elaborazione su dati MIT, ANAV

In primo piano

NME – Next Mobility Exhibition 2026: il futuro della mobilità a Milano

Dalle nuove forme di mobilità all’AI applicata ai trasporti, dal ruolo strategico del Tpl alle figure professionali emergenti, NME-Next Mobility Exhibition si propone come piattaforma europea per scoprire, formare e ispirare una mobilità collettiva più efficiente. A quattro mesi dal via, mentre proc...

Articoli correlati

Ma dove cavolo sono finito: gli “esperimenti” al volante

Se guidi un autobus da noleggio, prima o poi ti sei imbattuto negli “esperimenti”. Non è un errore di battitura: nel gergo del settore con questo termine si indicano quelli che, per i non addetti ai lavori, sono veri e propri test sulle incognite del percorso. E questo perché anche il miglior naviga...

Il problema non è il volante, è il coltello

La cronaca recente di Bologna non è troppo distante da quella di altre città, Milano compresa. Nei grandi centri urbani, pur non trattandosi della regola, si torna a raccontare con preoccupante regolarità di aggressioni a bordo dei mezzi pubblici. Autisti, controllori e personale ferroviario finisco...
Blog

Odori, conflitti e mancanza di procedure. Cosa succede davvero a bordo bus

È vero, il tema sembrerebbe più adatto al periodo estivo. Ma, poiché questi articoli fotografano in modo oggettivo la vita degli autisti, la stagionalità diventa un dettaglio secondario rispetto a un problema “avvertito” da molti conducenti del noleggio e del Tpl. Può infatti capitare che a bordo qu...
Blog