Un argomento scomodo, destinato a dividere le opinioni. Un articolo che può essere fischiato apertamente, ma anche apprezzato – magari in silenzio – da molti autisti che vedono progressivamente svalutato il proprio lavoro.

Lo spunto nasce da un recente episodio avvenuto a Reggio Emilia e riportato dalla stampa locale, che coinvolge un autobus di linea gestito da Seta. Episodi simili, va detto, non sono un’eccezione territoriale: possono accadere ovunque. Per questo motivo, sotto la lente non c’è questa o quella azienda, ma la qualità professionale di una parte della categoria. Un discorso che potrebbe – e forse dovrebbe – estendersi anche al comparto del noleggio, anch’esso stretto nella difficoltà cronica di reperire conducenti.

Il fatto 

Secondo quanto riportato, un giovane autista della linea 9, senza passeggeri a bordo, nei pressi della località Polo Makallè, accortosi di aver sbagliato percorso, ha tentato un’inversione di marcia rimanendo bloccato in una strada particolarmente stretta con le ruote posteriori finite in un avvallamento. L’episodio si è risolto rapidamente grazie all’intervento dell’azienda, che in circa un quarto d’ora, è riuscita a ripristinare il servizio con un mezzo sostitutivo e limitare i disagi.

Tra le possibili cause dell’errore vengono citate l’inesperienza e una conoscenza parziale della zona. Alcune ricostruzioni giornalistiche segnalano anche l’assenza di sistemi di navigazione di bordo a supporto del conducente. Se confermata, sarebbe una scelta quantomeno discutibile nell’era del digitale, poiché strumenti di supporto al percorso – concepiti per aumentare la sicurezza e non per sostituire la professionalità del conducente – rappresenterebbero un investimento ragionevole e coerente da valutare nei bilanci aziendali, soprattutto in una fase di transizione verso flotte full-electric. 

Sul quotidiano online indipendente La Pressa, un autista in pensione interviene senza mezzi termini. Questa la sintesi del suo pensiero: «La dignità di una professione non si proclama, ma si dimostra nel modo in cui si lavora. Fare l’autista significa assumersi ogni giorno la responsabilità di vite umane. La carenza di personale e i bassi stipendi non giustificano l’abbassamento degli standard. Servono formazione vera, selezione rigorosa e consapevolezza del ruolo. Difendere la categoria vuol dire alzare l’asticella, non abbassarla».

È però altrettanto vero che tutti hanno iniziato da qualche parte e che l’errore fa parte di qualsiasi percorso professionale. La differenza, oggi, è che se ne parla di più. Inoltre i mezzi sono costantemente sotto gli occhi di tutti, i social amplificano ogni episodio e l’autobus, per sua natura visibile, diventa un bersaglio facile. C’è anche un altro elemento da considerare. Oggi molti conducenti arrivano alla guida dopo aver svolto mestieri completamente diversi, spesso per necessità e non per vocazione. Il fenomeno del job hopping, unito alla carenza di personale, porta talvolta a ingressi rapidi nel settore, con tempi di assimilazione più brevi rispetto al passato. 

Non è una colpa individuale, ma un dato strutturale che incide sulla percezione di attenzione, sicurezza e padronanza del ruolo. Alcuni operatori del settore, soprattutto nel comparto più frammentato del noleggio, dedicano ancora troppo poco tempo alla formazione. All’interno delle rimesse si parla spesso di “autisti con la A maiuscola”, contrapposti ad altri che faticano a raggiungere standard adeguati. Stress e stanchezza completano il quadro; basti pensare alle lunghe ore in sosta, più volte evidenziate, che finiscono per abbassare la soglia di attenzione. 

All’origine del problema non c’è tanto una questione personale, quanto un mix di selezione insufficiente, formazione carente e scarsa valorizzazione delle competenze cognitive e professionali richieste da un mestiere complesso. 

Lo sbaglio di uno lo pagano tutti  

Per l’errore di uno, però, pagano in molti. Nel mondo dei social network la sovraesposizione è immediata e la semplificazione del racconto può trasformare rapidamente un singolo episodio in un caso mediatico sproporzionato, talvolta romanzato ed estremamente imbarazzante per il soggetto in questione e per le società coinvolte. I bus sono visibili, osservati e giudicati. E spesso criticati anche da chi non conosce il lavoro, ma si sente comunque legittimato a sentenziare, talvolta con toni offensivi o persino diffamanti nei confronti dei conducenti e delle aziende.

È qui che la difesa della categoria dovrebbe diventare seria, riconoscendo le criticità, pretendendo qualità e ricordando che la professionalità non si improvvisa. Sono parole, è vero, ma il tema è fortemente sentito nelle grandi aziende. Occorrono risposte concrete e – probabilmente – anche il coraggio di rimettere mano a quegli assetti storici della contrattazione e della gestione dei turni che oggi non sono più al passo con i tempi e che hanno contribuito ad allontanare dal mestiere molti conducenti capaci. 

di Gianluca Celentano

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