C’è una frase che rimbalza ovunque: nei piazzali, negli spogliatoi, nei gruppi WhatsApp e sui social. “Qui non va mai bene niente”. Il vitto è scarso, i ticket insufficienti, i mezzi sono vecchi, i turni pesanti, l’organizzazione discutibile. Le critiche volano, spesso senza filtri. Eppure, alla fine, succede quasi sempre la stessa cosa: si continua a lavorare lì. Siete d’accordo?

Succede nelle grandi aziende come nelle piccole realtà del noleggio. Cambiano i loghi, non il copione. Perché nel trasporto passeggeri, piaccia o no, nessuno è davvero immune.

Criticare è facile, restare è una scelta (a volte difficile)

Se guardiamo bene, dietro questa apparente contraddizione non c’è incoerenza, ma realtà. Molti autisti conoscono bene i limiti della propria azienda e li denunciano. Ma sanno anche, spesso senza dirlo, che altrove potrebbe andare (molto) peggio. Ammetterlo non è semplice, perché significa riconoscere che, nonostante tutto, il proprio posto di lavoro offre qualcosa che non è scontato. Un contratto di secondo livello, una certa stabilità, una rappresentanza sindacale presente o, più semplicemente, regole chiare. Non è poco, soprattutto in un settore dove non tutte le aziende garantiscono le stesse tutele. Una su tutte è la conservazione del posto di lavoro in caso di inidoneità.

Quando il problema non è il bus, ma la busta paga

Certo, lavorare con autobus non più nuovi pesa e la giornata si sente di più, il comfort è minore, la stanchezza aumenta. Ma i veri problemi iniziano quando i conti non tornano. Quando lo straordinario non viene pagato, le ore non coincidono o le maggiorazioni spariscono. Lì non si parla più di sopportazione o adattamento. Lì si parla di rispetto professionale.

Sindacato sì, sindacato no

Nella mia esperienza ho incontrato realtà dove il sindacato era solo una parola lontana. Autisti che avevano timore persino a iscriversi, lasciando al datore di lavoro piena libertà di decisioni spesso discutibili. In questi contesti le lamentele restano sussurri e i problemi diventano strutturali. Dove invece una sigla è presente e credibile, anche con tutti i limiti del caso, il rapporto di forza cambia.

Autisti che vanno e vengono

C’è poi un altro tema, quello degli ingressi da altre professioni, delle Accademie e dei percorsi accelerati. Un vero terno al lotto. Qualcuno resta per sempre, altri dopo pochi anni cambiano strada e, non di rado, capita anche che se ne vadano per poi tornare. È il lato misterioso e, se vogliamo, anche un po’ “magnetico” di questo mestiere. Perché fare l’autista non è solo guidare un mezzo, ma uno stile di vita. Una routine che ti entra dentro e che, una volta provata, fatichi davvero a lasciare.

Un po’ più di lucidità, un po’ più di rispetto

Forse allora servirebbe un filo di tolleranza in più verso ciò che è migliorabile ma reale, e molta più attenzione verso la professionalità vera dei conducenti. Perché il settore in realtà, soffre anche di autisti che entrano, escono, ruotano continuamente, senza che si investa davvero su competenze, esperienza e continuità. E alla fine, tra una lamentela e l’altra, resta una semplice verità: se tanti continuano a restare, un motivo c’è. Capirlo, invece di negarlo, potrebbe essere il primo passo per migliorare davvero le cose?

di Gianluca Celentano

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