Ma dove cavolo sono finito: gli “esperimenti” al volante
Se guidi un autobus da noleggio, prima o poi ti sei imbattuto negli “esperimenti”. Non è un errore di battitura: nel gergo del settore con questo termine si indicano quelli che, per i non addetti ai lavori, sono veri e propri test sulle incognite del percorso. E questo perché anche il miglior navigatore non potrà […]

Se guidi un autobus da noleggio, prima o poi ti sei imbattuto negli “esperimenti”. Non è un errore di battitura: nel gergo del settore con questo termine si indicano quelli che, per i non addetti ai lavori, sono veri e propri test sulle incognite del percorso. E questo perché anche il miglior navigatore non potrà mai sostituire l’intuito umano dell’autista professionista.
La strada non è mai stata “provata”
C’è tutta una preparazione psico-fisica quando ci si imbatte nella condizione di dover sperimentare una strada, soprattutto quando questo accade all’ultimo momento e la fortuna gioca un ruolo tutt’altro che marginale. Entriamo nel pratico, per far rivivere questo brivido a chi guida ogni giorno. Perché sì, è un brivido, e spesso è accompagnato anche da una certa paura. Inutile negarlo. Hai un gruppo a bordo e il tempo non è tuo alleato. Hai già accumulato ritardo per inconvenienti non dipendenti da te. Ti trovi in una zona un po’ collinosa, dove il paesaggio è tutto uguale e, nonostante la segnaletica, le uniche due strade disponibili non hanno caratteristiche rassicuranti per un torpedone. L’asfalto è rovinato, ai margini ci sono frasche e alberi, e in lontananza, su entrambe le direttrici, compaiono stretti agglomerati di abitazioni. «Dove cavolo sono finito…» Anche se in testa risuona un termine leggermente diverso.
Il cartello che dice tutto e niente
Poi c’è lui, il cartello di divieto di transito per gli autocarri. Un cartello che, spesso, significa tutto e niente. È una prescrizione pensata per limitare il traffico merci nei centri abitati, salvo necessità documentate di carico e scarico. Almeno, di solito è così, e non rende giustizia ai camionisti. Non hai tempo per fermarti: dietro suonano, la pressione aumenta e devi giocartela. Se sei all’auricolare con un collega – che quel punto non lo conosce – la tua voce diventa meno reattiva, più corta. Lui capisce al volo. Magari provi a spezzare la tensione con una battuta, coinvolgendo i passeggeri. La vicinanza umana, in questi momenti, fa davvero la differenza.
Scegliere senza sapere
Non c’è più tempo e devi muoverti. Scegli una delle due strade che, almeno in linea d’aria, portano entrambe nella direzione giusta. Finché riesci a vedere la strada davanti a te, una certa tranquillità ti accompagna. Il problema nasce quando arrivano le curve cieche, quelle che nascondono il tratto successivo. In quel momento inizi a cercare disperatamente una possibile via di fuga per un’inversione, una rotonda, o magari una strada dove poter rinculare in sicurezza. Sai bene che, se i passeggeri dovessero vederti tornare indietro, partirebbero pensieri del tipo: “Un autista che non conosce la strada… ma chi ci hanno mandato?” Anche solo pensati, quei giudizi pesano.
Il vero problema, però, è l’abitato, il paese. La speranza è che la via principale sia sufficientemente generosa con le dimensioni del mezzo. In genere, nei piccoli centri, le persone sono meno scontrose e più collaborative. Ma con una manovra sbagliata, la “figura di M”, resta sempre dietro l’angolo.
Adrenalina, esperienza e responsabilità
Il battito cardiaco sale, magari sei anche a digiuno, perché non sei riuscito a mangiare. Hai le ferie da farti firmare e sai che una toccata, anche minima, può rimettere tutto in discussione. Insomma, è un’avventura vissuta sul filo di una crisi, senza bisogno di esagerare. Poi arriva lei: l’adrenalina. La strada si apre, il percorso diventa chiaro, leggibile, sicuro. Sei uscito indenne. Ti senti quasi un eroe e capisci soprattutto una cosa: l’esperienza non è aria fritta. È l’ABC del mestiere, ed è un valore che andrebbe riconosciuto e retribuito come tale. A questo punto sei anche testimone perchè sai che quella strada, in quel punto, è fattibile. Diventi, tuo malgrado, il consigliere esperto per i colleghi che passeranno di lì in futuro. Insomma, sei un riferimento.
Se non fosse un “esperimento”
Per evitare tutto questo servirebbe tempo, anche solo per un’analisi veloce. Un drone (qualcuno ce l’ha), una bicicletta o un monopattino nella bagagliera per una ricognizione rapida. Ma il problema è sempre lo stesso, cioè il tempo, frenetico e insufficiente. Se ci fosse modo di valutare prima, non si parlerebbe di “esperimenti”, ma semplicemente di ricognizione. Ecco perché avere una piccola bici o un monopattino in stiva può diventare uno strumento utilissimo per l’autista, non solo nelle situazioni critiche, ma anche quando il punto di ristoro o i servizi sono lontani dal parcheggio del bus.
Strade a misura di autobus (e di lavoro)
Da queste pagine lo ripetiamo spesso: servono strade e località davvero a misura di autobus, segnaletica chiara e infrastrutture pensate per chi lavora, per la sostenibilità e per la riduzione del traffico grazie al trasporto collettivo. Meno oneri dei tanti già pagati – e più servizi. Non è difficile. Qualcosa, forse, è migliorato, ma il settore dell’autobus – e ancor più quello del noleggio – resta un tema tabù, spesso trattato con superficialità da chi non ha la minima idea di cosa significhi muoversi con un mezzo pesante. Viviamo in città e metropoli sempre più sovrappopolate, che non si sono allargate ma, paradossalmente, ristrette. Rendendo difficile la circolazione delle automobili, figuriamoci quella di un autobus. La speranza è che questi spunti di vita reale, senza ipocrisie, vengano letti e tradotti in servizi e condizioni più dignitose per chi questo lavoro lo fa davvero, ogni giorno.
di Gianluca Celentano








