Capita sempre più spesso di vedere giovani salire a bordo dei bus con il monopattino elettrico: lo fanno per praticità o necessità, magari sperando di trovare pure una presa per ricaricare, oppure semplicemente per alternare monopattino e bus sulle tratte più lunghe.
Il gesto, in sé, sembra innocuo e persino coerente con l’idea di mobilità sostenibile. Ma è una pratica che porta con sé diversi “ma”. A fare cortocircuito sono le norme e i controlli, prima ancora che questi veicoli portatili.

Molti passeggeri, se provi a far notare i rischi, rispondono con un classico: “Anche i telefoni hanno la batteria al litio”. È vero. Ma la quantità di energia contenuta in una batteria di monopattino non è paragonabile a quella di uno smartphone, e soprattutto cambia il contesto: su un mezzo pubblico affollato, un incendio può trasformarsi in un dramma gravissimo. 

Il caso di Roma

Nel quartiere di Tor Pignattara, un autobus di linea 557 ha vissuto un episodio che merita attenzione. A bordo c’era un monopattino elettrico che, secondo le prime ricostruzioni, avrebbe dato origine a un principio d’incendio. La fortuna ha voluto che nessuno si facesse male, ma l’evento riporta al centro un tema spesso ignorato: se il far salire veicoli elettrici personali sui mezzi pubblici sia davvero una buona idea?

Da quanto riporta ATAC, il regolamento vieta il trasporto di “mezzi di trazione elettrica” su bus, tram e metro. Sulla carta tutto chiaro, ma nella pratica tutto cambia; non è raro vedere monopattini accanto ai passeggeri, soprattutto nelle grandi città. E oltre al rischio legato alla batteria, c’è il lato fisico. I monopattini sono pesanti, possono urtare passeggeri in piedi o danneggiare porte e angoli durante la salita e la discesa.

A tal proposito, la nota di ATAC: “Come già pubblicato sul sito ATAC nel paragrafo ‘condizioni di trasporto’ è espressamente vietato il trasporto di mezzi di micromobilità con qualsiasi tipo di motore di trazione (come monopattini, hoverboard, segway, biciclette con pedalata assistita ecc.).
Il divieto nasce anche per motivi di sicurezza, legati al rischio d’incendio delle batterie, al volume e alla forma degli oggetti e al potenziale pericolo che rappresentano per i passeggeri. Tale divieto si applica dunque anche al conducente del mezzo
.

Il rischio tecnico (e pratico)

Le batterie al litio, se in perfette condizioni e usate correttamente, sono sicure. Ma se vengono urtate, maneggiate male o presentano difetti nascosti, possono surriscaldarsi, andare in corto circuito o entrare in runaway termico. E quando questo accade in un ambiente chiuso come un autobus, si parla di fumo abbondante e tossico, difficoltà di evacuazione, panico e rischio per passeggeri e autista. Se poi il corridoio è parzialmente occupato da uno o più monopattini, passeggini eccetera, la situazione diventa ancora più critica.

La politica apre le porte, l’autista ci mette la faccia

Il tassello più delicato resta quello politico-amministrativo, troppo spesso concentrato a inseguire il consenso immediato del proprio elettorato, quando invece la politica locale — per definizione — dovrebbe guardare all’interesse dell’intera comunità. Alcune amministrazioni, nel nobile intento di richiamarsi a un principio sacrosanto della nostra Costituzione — la libertà di circolazione sancita dall’articolo 16 — finiscono per interpretarlo in maniera eccessivamente permissiva. Ma le aziende di trasporto non possono trasformarsi in enti caritatevoli né fare “opere pie” a costo zero. Nel timore di essere tacciate di autoritarismo o di limitare la “mobilità di tutti”, preferiscono spalancare porte e rinviare il problema, scaricandolo sui cittadini che usano ogni giorno i mezzi pubblici. Il risultato? Sono spesso gli utenti stessi a convivere con situazioni potenzialmente pericolose, e il primo parafulmine diventa il solito autista. Da un lato si evita di assumere decisioni impopolari, dall’altro si delega alla singola azienda — o peggio direttamente al personale di guida — la gestione del rischio, delle spese e del conflitto, con il paradosso che la sicurezza collettiva finisce affidata al “più esposto e meno tutelato”.

Intermodalità sì, ma non così

Il monopattino è perfetto per il cosiddetto “first-last mile”: arrivi al capolinea, sali sul bus e poi scendi e continui in autonomia. È un tassello importante della mobilità sostenibile che tutti auspichiamo, ma tra teoria e pratica c’è di mezzo la sicurezza. Un incendio partito da un monopattino apre anche un tema assicurativo probabilmente imbarazzante. E se lo stesso episodio avvenisse su un bus elettrico invece che termico, le variabili — e le responsabilità — aumenterebbero ulteriormente.

Regole, responsabilità e rispetto del ruolo dell’autista

L’episodio romano non è un motivo per demonizzare la micromobilità, ma è un segnale che non possiamo ignorare. Servono regole chiare, comunicazione ai passeggeri e, soprattutto, controlli.
Oggi, invece, spesso si scarica tutto sull’autista, che si trova a dover decidere sul momento e a imporre un divieto in condizioni operative già delicate. E in un autobus pieno, dire “quel monopattino non può salire” significa, quasi sempre, aprire un conflitto ancora prima di prevenire un rischio d’incendio. Non si tratta di opporsi alla mobilità del futuro, ma di renderla compatibile con la sicurezza di chi il trasporto lo usa e di chi lo garantisce ogni giorno al volante. 

di Gianluca Celentano

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