La cronaca recente di Bologna non è troppo distante da quella di altre città, Milano compresa. Nei grandi centri urbani, pur non trattandosi della regola, si torna a raccontare con preoccupante regolarità di aggressioni a bordo dei mezzi pubblici. Autisti, controllori e personale ferroviario finiscono nel mirino, spesso durante il servizio serale e notturno, in contesti segnati da forte tensione sociale.

Non serve neppure un malinteso, né una distinzione di genere, per finire in una situazione tragica. Il problema è chi sale a bordo nel momento in cui le porte si aprono alla città. Non è la normalità, ma non è più nemmeno un’eccezione. È una tendenza che non può continuare a essere archiviata come “emergenza episodica”, sebbene i sindacati – e in particolare la UIL trasporti – siano scesi in campo sul tema, portando all’attenzione pubblica la necessità di maggiori tutele per il personale del trasporto pubblico.

Nel dibattito pubblico vengono richiamati vetri rinforzati, cabine chiuse e pulsanti di emergenza (funzionanti) collegati alle forze dell’ordine; tutti strumenti corretti e necessari, ma non più sufficienti.

Il pacchetto sicurezza servirà?

La riforma del TPL in Lombardia rafforza la sicurezza su bus e treni a livello regionale, estendendo le agevolazioni a forze dell’ordine, forze armate e polizia locale per aumentare la presenza in uniforme, soprattutto su linee e stazioni periferiche. Previste anche verifiche sulle protezioni per gli autisti e la programmazione di presìdi fisici. In parallelo, il governo porta avanti un pacchetto sicurezza nazionale, valido in tutte le regioni, con un decreto legge e un disegno di legge in Parlamento, appunto perchè il problema è nazionale. Dopo i passaggi parlamentari tra Camera e Senato, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha indicato l’obiettivo di arrivare all’approvazione del decreto sicurezza in tempi brevi. Il pacchetto prevede zone rosse più agevoli, un rafforzamento della videosorveglianza e nuove norme su ordine pubblico, immigrazione e criminalità giovanile.

Nel frattempo, in alcune città, sono in corso sperimentazioni di controlli a bordo dei mezzi pubblici con polizia locale e forze dell’ordine, spesso in collaborazione con le aziende di trasporto. Si tratta di interventi mirati a rafforzare ordine pubblico e sicurezza percepita, attraverso attività di deterrenza, controllo dei titoli di viaggio e gestione delle situazioni di degrado. Non si tratta però di verifiche tecniche strutturali sui bus – come cabine di guida, vetri certificati o altre protezioni – che restano di competenza delle aziende e degli organi di vigilanza.

Iniziative utili, dunque, ma che per loro natura rischiano di restare limitate nel tempo, nello spazio e nelle risorse disponibili. In attesa degli effetti del nuovo decreto, fonti interne alle forze dell’ordine descrivono un quadro segnato da carenze di organico e dalla necessità di operare per priorità, più che per presenza capillare.

I DPI (D.Lgs. 81/2008) e limiti nell’autodifesa

I Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) esistono per ridurre il rischio residuo quando questo non è eliminabile alla fonte con misure tecniche, organizzative o collettive. Il D.Lgs. 81/2008 si attiva quando il rischio per salute e incolumità del lavoratore non può essere completamente prevenuto. Qui il datore di lavoro è tenuto a valutarlo e a individuare strumenti di protezione adeguati. Nel trasporto passeggeri il rischio aggressione non riguarda tutti i turni, né tutte le linee, i tragitti o i punti di carico, ma quando si manifesta, soprattutto in presenza di armi improprie o da taglio, può avere esiti gravissimi o letali.

La vera domanda è se le misure di tutela siano ancora adeguate a uno scenario che è cambiato. Nel dibattito pubblico viene talvolta evocato l’uso di spray al peperoncino come strumento di difesa. Ma il quadro normativo è chiaro quindi attenzione a improvvisare. Gli spray urticanti non sono DPI, non rientrano nella dotazioneprevista dal D.Lgs. 81/2008 e il loro utilizzo è regolato esclusivamente dalle norme sulla legittima difesa personale, anche in relazione al TULPS e al Decreto Ministeriale 103/2011. In ambienti chiusi e confinati, come l’abitacolo di un autobus o un convoglio ferroviario, l’uso di spray urticanti presenta limiti evidenti legati alla dispersione dello spray che può colpire anche chi lo utilizza, i passeggeri presenti, generando ulteriori rischi e responsabilità. Per questo motivo non possono rappresentare una soluzione strutturale di tutela del personale nel trasporto persone. In questo contesto, l’unica strada realmente coerente con la normativa sulla sicurezza sul lavoro resta quella dell’autoprotezione passiva, inserita in una valutazione del rischio aggiornata e accompagnata da formazione e sensibilizzazione del personale.

Giubbotti antitaglio come DPI aggiuntivi?

È in questo contesto che chi scrive, in qualità di autista del trasporto persone e divulgatore del settore, propone di aprire una riflessione concreta e tecnica sull’eventuale introduzione di giubbotti antitaglio certificati come DPI aggiuntivi per il personale esposto a rischio aggressione. In una fase transitoria – e in assenza di indicazioni chiare da parte delle società e delle organizzazioni di categoria che invitano a denunciare – la scelta volontaria del conducente di indossare un dispositivo di protezione individuale conforme, certificato e non interferente con il servizio, come un corpetto antitaglio, non dovrebbe tradursi in una sanzione preventiva.

Il tema assume rilievo anche alla luce del ruolo operativo dell’autista che, in quanto incaricato di pubblico servizio od operatore del trasporto privato, può trovarsi a dover prestare una prima assistenza a un passeggero colto da malore, nonché a gestire o mediare situazioni critiche, fungendo – come spesso accade – da primo riferimento a bordo di un mezzo pubblico o privato. In questo quadro, la possibilità di adottare dispositivi di autoprotezione passiva non appare una forzatura, ma una proposta forse provocatoria, tuttavia non priva di fondamento se confrontata con i costi umani, sanitari e sociali derivanti da un’aggressione con arma da taglio. Si tratta di dispositivi progettati per proteggere torace, addome e principali arterie, con un costo indicativo compreso tra 120 e 200 euro a unità. Un approccio paragonabile, per logica preventiva, all’uso del casco per chi va in moto, dove il rischio non viene eliminato ma le conseguenze possono essere significativamente ridotte.

Autisti e controllori lasciati soli nei momenti più delicati

C’è un aspetto spesso trascurato, quello dell’assistenza ai passeggeri e la gestione delle emergenze a bordo. Quando una persona si sente male, il conducente ha un dovere professionale e umano di fermarsi, prestare un primo supporto e allertare i soccorsi, esponendosi però a situazioni di vulnerabilità. Non farlo alimenterebbe una reticenza già diffusa, che non giova a nessuno. La carenza di controlli a bordo, problema noto e più volte segnalato, aumenta ulteriormente il rischio per autisti e controllori.

Mentre il dibattito si arena su competenze e responsabilità, in attesa degli effetti del decreto sicurezza, chi guida e chi controlla resta il primo bersaglio. Le body cam possono aiutare nella deterrenza e nella ricostruzione dei fatti, ma non fermano una lama. Servono risorse strutturali e continuità nei finanziamenti al trasporto pubblico, investibili anche in formazione e protezione del personale, in un contesto sociale cambiato -molto- più rapidamente dell’apparato normativo e organizzativo del settore. Oggi il problema, oltre agli stipendi, non è il volante: è il coltello.

di Gianluca Celentano

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