Tra i numerosi autobus che ho guidato nel mio percorso con il trasporto pubblico locale, ce n’è uno che rimane particolarmente impresso nei miei ricordi: il Fiat Iveco 421A, seppur anche con l’U-Effeuno ci siano ricordi interessanti. Non posso dimenticare quei lunghi tragitti da Lambrate a Piazza Sant’Ambrogio, il capolinea storico della mia linea, la 54. All’epoca (anni ‘90) lavoravo per l’azienda di trasporti milanese e il 421A era un autobus “da rinforzo” rispetto al più moderno e performante U-Effeuno, o alla sua variante, il Turbo City.

Un tuffo (nel passato) a bordo del Fiat Iveco 421A

Il 421A era un mezzo piuttosto particolare, concepito nel ‘70, quasi un’imbarcazione su ruote. Si diceva che i motori derivassero da quelli marini. Aveva un motore anteriore da 13798 cm3 e 220 cavalli e ruote posteriori singole da 295; gli anziani sostenevano facesse “800 metri con un litro”. Il posto di guida era essenziale e rigorosamente di plastica nera: il volante non era regolabile, gli specchietti erano manuali e di dimensioni ridotte. Con la luce del sole era difficile capire se le spie di controllo fossero accese. I manometri erano pochi, a differenza dell’U-Effeuno che ne aveva diversi, spesso più affidabili delle spie. Sopra la testa c’era un particolare telaio da abbassare e con plastiche trasparenti oscurate al posto delle tendine.

I tergicristalli erano ad aria, quindi in caso di perdite funzionavano lentamente, ma fortunatamente non c’erano molte perdite a parte quelle delle porte. Non si guastavano mai, camminavano sempre. Per aprire le tre porte a libro sui lati c’erano solo due tasti che sbucavano da sotto il cruscotto, e il cambio era automatico con tre marce. Il selettore non era a pulsantiera, ma a leva; anche lui con convertitore di coppia (probabilmente con frizione di lock-up), e si avvertiva un leggero colpo una volta che il motore si collegava alla trasmissione. Credo che derivasse da questo il sussulto per altro non fastidioso. La leva del cambio era un pomolo nero che scorreva avanti e indietro dentro una ghiera pratica ma non particolarmente estetica: premevi e spostavi avanti per il drive, e al centro o indietro per il neutro o la retro. Talvolta, questa leva, essendo di fatto un distributore pneumatico, andava in tilt e ti trovavi a muoverti in avanti anche se era in folle.

Per accendere il motore, si utilizzava una chiave unificata simile a quella per l’U-Effeuno e i successivi CityClass, ma era necessario avere il cambio in folle. Se il cambio era inserito, bisognava premere due tasti di sicurezza, e partivi lo stesso. Una volta avviato, il minimo si regolava tramite una ghiera e un’asta posizionata a destra del conducente, vicino al freno a mano ad aria. Per rallentare, si utilizzava solo il freno motore, che emetteva una risonanza potente e caratteristica, particolarmente piacevole in galleria.

Il sedile di guida era regolabile solo in parte, e accanto a te c’era un piccolo cancelletto protettivo nero, con ampie paratie in plexiglass trasparente, una protezione che oggi non sarebbe più permessa. L’assetto del bus era sbilanciato verso l’anteriore, una caratteristica che ho notato anche negli U-Effeuno, anche se il motore era posteriore. Ho pensato che potesse essere una modifica aziendale per mantenere il telaio in piano e migliorare il comfort dei passeggeri durante le partenze vivaci.

Lo sterzo non era il suo punto forte: spesso era duro e richiedeva di “pompare” con un po’ di gas per aumentare la pressione idraulica. L’angolo di sterzata era limitato, mentre il freno a mano era rappresentato da una lunga leva e un’altra piccola simile a quella di un freno di bicicletta per sganciare il freno: bastava qualche pompata per svuotare i bi-elementi posteriori e frenare il bus. Il grande difetto era la ventilazione estiva: non avete idea delle saune che ho vissuto a bordo del 421A con la camicia azzurra in materiale sintetico.

Un’altra caratteristica che, secondo me, non era nemmeno un vero difetto, era la sua tendenza a derapare in sovrasterzo su pavimentazioni bagnate. Ammetto che, senza alcuna colpa, ho percorso con un “leggero controsterzo” le imboccature tra viale Umbria e via Morosini, completamente bagnate e con pavimentazione massellata. Poi, se dovevi ripartire con una delle ruote posteriori su un binario bagnato, le sgommate erano garantite. In questa occasione ricordo che, con grande imbarazzo, salì a bordo in incognito un controllo aziendale degli autisti, un conducente anziano ed esperto. Mi sorrise dicendo: “Tranquillo lo fanno tutti e va bene così”.

Pensando a questi ricordi, mi rendo conto di quanto tempo sia passato e quanto sono cambiato. Il 421A era soprannominato il “bus socievole” a causa della sua paratia confinante con il cancelletto, dove potevi incontrare passeggeri affabili o lamentosi che si infilavano tra il tuo sguardo e lo specchietto destro. Questo era l’unico modo per invitarli gentilmente a sedersi e non disturbare.

Sul lato destro della parte posteriore del bus scorreva il tubo di scarico orientato verso l’alto, che diventava il punto più caldo per i passeggeri durante l’inverno. Ho utilizzato da passeggero il 421A durante tutto il periodo delle scuole medie, e successivamente la linea 62 fino a piazzale Piola per le superiori, sempre a bordo di un 421A. Ero amico dei conducenti e, a volte, pulivo il parabrezza dall’umidità, vista la carenza di ventilazione, e trascorrevo molto tempo sul ‘davanzale socievole’ del bus. Mai avrei pensato che un giorno sarei diventato anch’io un conducente di un 421A, e nemmeno che avrei scritto per i conducenti.

L’U-Effeuno ha altre storie affascinanti e più recenti, come un viaggio a Genova, ma ve le racconterò la prossima volta…

di Gianluca Celentano, conducente bus

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