Dal bus al camion (e ritorno): la strada insegna più del curriculum
Nel settore del trasporto persone siamo abituati a parlare di turni, riposi, straordinari e qualità di vita. Insomma, diciamolo chiaramente, troppo spesso non siamo mai contenti e alquanto contraddittori. Capita di brontolare sul datore di lavoro, ma poi restiamo lì e magari consigliamo anche a un amico di farsi assumere. C’è poi un’altra categoria di […]
Nel settore del trasporto persone siamo abituati a parlare di turni, riposi, straordinari e qualità di vita. Insomma, diciamolo chiaramente, troppo spesso non siamo mai contenti e alquanto contraddittori. Capita di brontolare sul datore di lavoro, ma poi restiamo lì e magari consigliamo anche a un amico di farsi assumere. C’è poi un’altra categoria di colleghi, quelli che parlano poco e fanno i fatti. Ed è spesso tra loro che nasce la scelta di “cambiare volante”. Oggi la chiamano job hopping, una mobilità lavorativa sempre più frequente anche nel nostro settore, che è molto particolare da interpretare.
Non solo stipendio: serve aria buona
In questo articolo non parliamo solo di stipendio, anche se resta un punto centrale, soprattutto in un momento in cui richieste operative e retribuzioni non sempre si incontrano. Parliamo di stabilità, serenità e rispetto. Perché il lavoro ha senso se, oltre al salario, offre un contesto umano e organizzativo in cui sentirsi parte del servizio e non un numero. Negli anni ho visto colleghi cercare realtà più tranquille, orari più equilibrati o semplicemente un clima aziendale migliore. Quando mancano sicurezza procedurale, regole chiare e serenità di squadra, la motivazione si spegne. E così è naturale valutare il passaggio al trasporto merci, ad altre realtà del settore o, oggi, anche a lavori completamente diversi.
Una storia vera
A Verona, anni fa, Girolamo, autista cinquantenne di bus privati sotto padroncino, ha scelto di fare l’operatore ecologico nella città scaligera, rinascendo completamente. Mi disse: “Caro Gianluca, quando alla mattina presto sono in piazza Bra mi sembra che sia tutta mia. E poi con il tempo guiderò anche i camion dei rifiuti. Fallo anche tu.”
Contratto sì, ma conta anche lo sguardo
I contratti autoferrotranvieri, pur con i loro limiti e la necessità di aggiornamento, restano una grande tutela. E dove le aziende investono sul secondo livello contrattuale, sulle turnazioni equilibrate e sul benessere interno, l’intenzione di restare cresce in modo naturale. Al contrario, dove ogni giorno sembra una “trincea” appena si varca la carraia della rimessa, l’idea di cambiare strada diventa più che legittima. Va anche detto che non è raro che le società (soprattutto alcuni padroncini) assumano autisti pur sapendo che, in alcuni casi, non resteranno fino alla pensione. È una dinamica reciproca: da un lato il conducente coglie un’opportunità economica e professionale (se c’è); dall’altro l’azienda ottiene comunque un professionista affidabile per il tempo necessario. È altrettanto vero che, quando i rapporti si incrinano o le esigenze cambiano, le uscite non sono sempre gestite con eleganza. Può succedere da entrambe le parti: ecco perché in un ambiente sereno, la trasparenza e il rispetto restano fondamentali.
La strada è umana
Il punto, allora, non è solo dove si guida, ma come si lavora. I giovani oggi sperimentano di più; i colleghi con più chilometri alle spalle conoscono bene pregi e difetti del mestiere e scelgono con più consapevolezza. In fondo, che sia un autobus urbano o un camion, la vera rotta la fa sempre il clima di lavoro. Perché il volante cambia… ma la dignità professionale no.
