Formazione autisti e operatori di trasporto persone: la mia prospettiva da dentro entrambi i mondi
Riceviamo e volentieri pubblichiamo: Buongiorno,seguo con molto interesse i vostri ultimi approfondimenti sulla professione del conducente e sulla crescente difficoltà nel reperire, formare e, soprattutto, trattenere autisti. Mi chiamo Gianpaolo Deplanu e opero in Sardegna in una realtà che da quasi cinquant’anni vive contemporaneamente due mondi normalmente separati: impresa di trasporto persone e autoscuola/formazione professionale CQC. […]
Riceviamo e volentieri pubblichiamo:
Buongiorno,
seguo con molto interesse i vostri ultimi approfondimenti sulla professione del conducente e sulla crescente difficoltà nel reperire, formare e, soprattutto, trattenere autisti. Mi chiamo Gianpaolo Deplanu e opero in Sardegna in una realtà che da quasi cinquant’anni vive contemporaneamente due mondi normalmente separati: impresa di trasporto persone e autoscuola/formazione professionale CQC.
Proprio questa doppia esperienza ci porta oggi a una riflessione che stiamo trasformando anche in un percorso concreto di evoluzione aziendale: il problema non è soltanto formare più persone o finanziare patente D e CQC. Esiste, a mio avviso, un vero vuoto tra l’abilitazione e il mestiere reale dell’autista.
E soprattutto non esiste “l’autista” in senso unico:
- Chi lavora nel Tpl affronta ripetitività, traffico, puntualità, utenza quotidiana e anche una certa usura derivante dalla monotonia del servizio.
- Chi svolge scuolabus ha responsabilità differenti, rapporto con minori, famiglie, scuole ed enti locali.
- Chi lavora nel noleggio e nel turismo deve invece gestire gruppi, tour operator, tour leader, guide, programmi che cambiano, trasferte, imprevisti e una relazione continua con persone provenienti da contesti e culture differenti.
- NCC, servizi privati, transfer e altri segmenti hanno ancora dinamiche diverse.
Tutte queste attività richiedono la stessa patente e la stessa CQC, ma non richiedono lo stesso mestiere.
Le autoscuole, anche quando lavorano molto bene, formano necessariamente soprattutto sul piano didattico, normativo e tecnico. È molto più difficile trasferire ciò che si impara soltanto vivendo il servizio: gestione del passeggero, rapporto con il cliente, comunicazione con l’azienda, lettura delle situazioni critiche, rapporto con guide e tour operator, organizzazione personale, responsabilità e capacità di mantenere equilibrio quando qualcosa non va.
Noi abbiamo avuto la fortuna – e anche il peso – di osservare questa evoluzione per quasi cinquant’anni dall’interno di entrambi i settori. Oggi stiamo cercando di trasformare ciò che per decenni è stato trasmesso in maniera artigianale, attraverso esperienza e rapporto personale, in un modello più strutturato: formazione, inserimento operativo, affiancamento con conducenti senior, crescita professionale e ascolto di chi guida.
C’è poi un altro aspetto che vediamo direttamente nelle nuove generazioni. Molti ragazzi si allontanano dalla professione prima ancora di iniziare: percepiscono un mestiere faticoso, poco valorizzato, costoso e lungo da raggiungere in termini di patenti e qualificazioni. A volte non vogliono nemmeno sentirne parlare.
Eppure esiste anche un lato molto bello che rischiamo di non raccontare abbastanza: il rapporto umano, la crescita personale, la capacità di confrontarsi ogni giorno con persone diverse, luoghi diversi e situazioni diverse. Un buon autista non trasporta soltanto persone: impara a leggere le persone, a gestire responsabilità, relazioni e problemi. È un mestiere che, se organizzato e riconosciuto bene, può dare molto anche dal punto di vista umano.
Credo quindi che la domanda non sia soltanto “dove troviamo nuovi autisti?, ma “come facciamo a rendere questo mestiere nuovamente desiderabile, comprensibile e sostenibile abbastanza da convincere un giovane a costruirci sopra una vita professionale?”
Anche noi imprese dobbiamo fare autocritica. Per troppo tempo una parte del settore ha dato per scontati disponibilità, sacrificio e fedeltà del personale. Oggi quella disponibilità non è più infinita, e formare nuovi conducenti senza cambiare organizzazione, condizioni di lavoro e prospettive professionali rischia semplicemente di produrre personale che qualcun altro tratterrà meglio di noi.
La nostra esperienza formativa non riguarda soltanto il personale interno: negli anni abbiamo formato conducenti e svolto corsi anche per altri operatori e soggetti pubblici. Questo ci permette di conoscere anche l’altro lato della questione: cosa significa per un’impresa togliere un autista dal servizio per un’ora, un giorno o una settimana per formarlo, e quanto sia importante progettare la formazione attorno all’esercizio reale.
Spero di aver fornito un piccolo contributo alla discussione, offrendo un punto di vista diverso sul problema, maturato vivendo insieme formazione e trasporto operativo.
