Caro amico (e collega) camionista, ti scrivo
di Gianluca Celentano In questo blog su AUTOBUS parliamo del mondo dei torpedoni e della vita degli autisti. Ma questa volta concedetemi una divagazione: voglio parlare dei camionisti! Una categoria che conosco e di un mestiere che ho svolto. E voglio esprimere il mio disappunto verso infrastrutture che, troppo spesso, non sembrano affatto amiche di […]
di Gianluca Celentano
In questo blog su AUTOBUS parliamo del mondo dei torpedoni e della vita degli autisti. Ma questa volta concedetemi una divagazione: voglio parlare dei camionisti! Una categoria che conosco e di un mestiere che ho svolto. E voglio esprimere il mio disappunto verso infrastrutture che, troppo spesso, non sembrano affatto amiche di chi lavora sulla strada. E lo stesso vale, come abbiamo raccontato più volte, anche per il mondo bus
Devi fermarti. Sì, ma dove?
Non è possibile che, quando pianifichi un viaggio, con le relative soste – magari proprio l’ultima! -, quella che dovrebbe permetterti finalmente di staccare la spina, seppure lontano da casa e dentro un piazzale, nasconda l’incognita più grande: troverò un posto dove parcheggiare?
Un autoarticolato può arrivare a circa 16,5 metri, un autotreno a 18,75. E naturalmente lo stallo deve consentire anche di entrarci e uscirne, quindi dovrebbe essere un po’ più lungo. Ma soprattutto c’è un cronotachigrafo che non conosce scuse e, la normativa europea, stabilisce tempi precisi di 9 ore massime di guida giornaliera, estendibili a 10 per due volte alla settimana, e un riposo giornaliero regolare di almeno 11 ore, che in determinate condizioni può essere ridotto a 9. Quando è ora di fermarti, insomma, devi fermarti e devi poterlo fare.
Però può capitare che arrivi nell’area di servizio e trovi tutto pieno. E cosa fai? Prosegui rischiando di superare i tempi consentiti oppure cerchi di sistemare diciotto metri di camion dove un posto regolare non c’è, con il rischio di una sanzione? Prima di pretendere il rispetto delle regole, bisognerebbe almeno mettere le persone nelle condizioni materiali di poterle rispettare.
E pensare che quello dovrebbe essere il momento in cui entri finalmente in “modalità relax”: magari una doccia, due passi nelle aiuole del parcheggio, una (video)chiamata a casa e cominci a pensare a cosa mangiare per cena. Se sei attrezzato, la cabina avrà un climatizzatore ausiliario che ti scalderà un po’ d’inverno e ti terrà fresco d’estate. E magari c’è anche una tv a tenerti compagnia.
Prima del camion viene la persona e un professionista
E allora penso soprattutto a tutti quei colleghi che ogni giorno devono fare i conti anche con comportamenti scorretti o imprudenti di alcuni automobilisti e che spesso evitano, nel silenzio, incidenti che la superficialità con cui molti ormai viaggiano sulle nostre strade rende fin troppo facili.
Se stai leggendo questo articolo e non ti sei mai sporcato le mani, non hai mai preso freddo o dovuto tenere il cervello acceso e reattivo nel cuore della notte, non ti chiedo necessariamente di capire. Ti chiedo almeno di riflettere.
Quel “mostro” tiene in piedi il Paese
Ci si dimentica che al volante c’è un professionista, troppo spesso visto come un ingombro perché è grande. Un po’ come accade sui bus. Eppure quel “mostro” porta praticamente tutto ciò di cui abbiamo bisogno: dal supermercato pieno alla benzina nei distributori. Senza il trasporto delle merci, semplicemente, si ferma il Paese.
Le associazioni dell’autotrasporto fanno sentire la propria voce ma, parallelamente, anche sul web sempre più camionisti raccontano la strada vera, quella lontana dalla retorica e dall’ipocrisia di comodo, contribuendo, ciascuno a modo proprio, a una battaglia comune. Ed è forse proprio questa voce a dare più fastidio, perché racconta un mondo che dovrebbe cambiare, e anche velocemente, restituendo dignità al lavoro. Se hai passato qualche anno alla guida di un autobus o di un camion, sai bene di cosa sto parlando. E capirai anche che queste righe partono dal cuore.
Poi però non lamentiamoci se nessuno vuole più fare certi mestieri. Perché sono sempre meno quelli disposti ad accettare responsabilità, regole e sacrifici senza avere in cambio almeno una cosa elementare: servizi e infrastrutture decenti.
