Un autista capisce subito lo sguardo di chi sale a bordo senza alcuna intenzione di pagare il biglietto. Ambiguo, sfuggente, a volte addirittura sfacciato; in certe tratte urbane, soprattutto nelle grandi città, il concetto stesso di “cliente” diventa vago, se non fuorviante. Chi usa ogni giorno il trasporto pubblico non sempre ne riconosce il valore economico e sociale.

Secondo fonti verificate e testimonianze raccolte sul campo, su alcune linee ad alta densità sociale l’evasione del biglietto può superare l’80%. Un dato che non nasce dall’allarmismo, ma da un fenomeno strutturale, in parte tollerato. Ed è proprio questo il punto.

Molti autisti raccontano con amarezza l’abitudine diffusa a considerare il bus come un’estensione gratuita del marciapiede o del salotto di casa. C’è chi sale per una sola fermata evitando di fare 200 metri a piedi, chi chiede all’autista di aspettare un amico in ritardo, e chi usa l’autobus per scaldarsi in inverno o trovare refrigerio d’estate. Quest’ultima è forse la motivazione più umana, ma ciò non toglie che l’abitudine a “scroccare” il viaggio sia accettata per quieto vivere, seppur nessuna azienda ne sia davvero complice. Una sorta di “buonismo” che sta sfuggendo di mano.

Aziende e società vittime del sistema

Nessuna società ne è contenta e cerca un difficile equilibrio tra tutela del personale, decoro del servizio e responsabilità degli enti locali. Non è compito del conducente controllare i biglietti: questo è sacrosanto, soprattutto per ragioni di sicurezza. Ma allora chi tutela davvero il servizio pubblico quando l’irregolarità diventa la norma?

Qui è importante distinguere che non tutti gli evasori sono furbi o malintenzionati. Secondo i dati ISTAT 2025, il 23,1% della popolazione italiana è a rischio povertà o esclusione sociale. In Italia oltre 5 milioni di persone vivono in povertà assoluta. Per alcuni, anche 1,50 euro per il ticket, possono rappresentare un ostacolo reale. Tuttavia, il diritto alla mobilità — sancito da norme europee e nazionali — non si traduce (e non vuol dire) un via libera per un trasporto gratuito per tutti, ma in servizi accessibili, dignitosi e sostenibili. E proprio per questo, chi usufruisce del trasporto pubblico — italiano o straniero, regolare o richiedente asilo — deve conoscere e rispettare le regole comuni. La povertà è una condizione, non una giustificazione per alimentare maleducazione o prepotenza. Il rispetto delle norme è un dovere civile, non un’opzione culturale su cui pontificare ideologie lontane dalla realtà. Il vero paradosso è che chi non può pagare, spesso non riceve alcun supporto, come abbonamenti sociali o voucher comunali, mentre chi potrebbe permetterselo, semplicemente non lo ritiene necessario. Alcuni utenti — appena arrivati o disorientati — possono non conoscere le regole. Altri, pienamente integrati e ben equipaggiati (smartphone, auricolari, bibite in mano), ritengono il biglietto un optional. E questo genera rabbia, spaccature ideologiche e un senso diffuso di ingiustizia sociale.

Un problema di leggi ed esecutivo?

All’estero, in molte città del Nord Europa, si sale solo dalla porta anteriore e si paga al conducente. Ma quelle soluzioni richiedono infrastrutture e risorse che mancano in molte città italiane, così come controllori presenti e formati. Troppo spesso, il controllo è l’anello debole del sistema, ed è addirittura rischioso in alcune zone. La domanda è semplice, ma urgente: chi paga davvero il trasporto pubblico? Se le aziende vengono rimborsate dai Comuni sulla base dei chilometri percorsi, la mancanza di un ritorno economico dalle corse svolte ha impatti devastanti sull’economia delle società esercenti. Quindi non possiamo far finta che questo abuso non ricada anche sulla qualità del servizio. Il risultato è che chi può utilizza altre soluzioni di mobilità abbandonando gli autobus. Quindi non è una questione di provenienza, ma di cultura civica, di educazione al bene comune.

Il problema è l’assenza di regole chiare e di strumenti per farle rispettare a livello esecutivo nazionale. Inoltre, una politica che troppo spesso si rifugia in alibi ideologici dimentica che il trasporto pubblico è un diritto, ma anche una responsabilità verso chi lo paga e lo rispetta. Se davvero vogliamo difendere il diritto alla mobilità, allora è il momento di aprire un dibattito serio e soprattutto non ipocrita. Perché il trasporto pubblico non è gratuito, ma deve essere giusto.

di Gianluca Celentano

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